Forse non sarà stato il gol più bello della storia del Bari. Mi viene in mente Cassano che stoppa di tacco e si infila tra due campioni. O Protti che scarica tutta la sua rabbia e la sua stanchezza tra fango e sudore all’incrocio dei pali di un incredulo Razzetti. Ancora mi viene in mente Igor che in rovesciata mi fece sobbalzare dal divano. E Maiellaro che inventa un pallonetto da centrocampo contro il Bologna. Di certo quella che mi appresto a raccontare è stata una delle emozioni più lunghe e complicate che abbia mai vissuto, in uno stadio intendo. E ogni volta che lo rivedo credo ancora che un dribbling in più, un’esitazione di troppo e quel gol sparisce dagli almanacchi. Ero bambino, ma quel gol non l’ho mai dimenticato. Il pubblico che si alza in piedi pensando che è fatta e invece servono altri 60 secondi di finte ubriacanti per far alzare le braccia al cielo. L’anno di grazia è il 1984. Il Bari allenato da Bolchi, fresco di promozione dalla serie C e dalle grandi gesta di Coppa Italia dell’anno precedente con il raggiungimento della semifinale, si appresta ad affrontare il campionato di serie B con grandi ambizioni.

Acquista un portiere di esperienza, Mascella ed uno giovanissimo Gigi Imparato per sostituire Paolo Conti che preferisce andare a terminare la carriera come secondo alla Fiorentina. In difesa la coppia di centrali fatti in casa. Gli ormai consolidati De Trizio e Giovanni Juan Loseto. A destra sgomita l’arcigno Cavasin, a sinistra si alternavano Piraccini e Guastella a seconda della situazione tattica. Più di spinta il primo, più marcatore il secondo. A centrocampo ci sono Cupini, prelevato dalla Cavese, Luciano Sola e Francesco Cuccovillo, rapido specialista nelle progressioni frontali e nel procurare rigori. In cabina di regia Totò Lopez a supportare i due colpi di mercato: Alberto Bergossi, tipica seconda punta, ed Edy Bivi, classico centravanti d’area di rigore. Il Bari affida loro le speranze di un campionato da protagonista. Mio padre mi raccontava che Edy Bivi firmò solo poco prima della fine della campagna acquisti. L’ex bomber del Catanzaro, che aveva segnato 20 gol nonostante la retrocessione della sua squadra, voleva andare a giocare in A.

Determinante fu l’opera di convincimento di Cavasin, suo ex compagno, che trascorrendo le vacanze insieme a lui (all’epoca i calciatori non andavano alle Maldive) lo costrinse a firmare per il Bari. Dodicesimo titolare di quella squadra era un giovane Pino Giusto, centrocampista dai piedi buoni e dalla buona capacità organizzativa. Si rivelerà decisivo nelle ultime giornate quando Lopez resterà fuori per infortunio. Di valore anche il contributo di Beppe Galluzzo, attaccante rapido con il fiuto del gol, determinante in molte partite, pur subentrando dalla panchina. Mio padre mi portava spesso nei distinti, ma a volte mi lasciava andare in curva nord con Leo, amico di famiglia. Ancora ricordo i nomi dei suoi amici Ultras: Sergio Fanelli e Roberto Maffei. Per me la loro presenza allo stadio era utile quanto quella dei miei campioni. La solita domenica. La solita braciola. La solita fretta, la solita coda, il solito posto. Altro che il parcheggio del San Nicola. Era tutto un suonare, un rito, una festa. In qualunque categoria. Qualcuno pretendeva di parcheggiare al posto nostro per scaramanzia. Me che l’altra volta abbiamo vinto sosteneva. E tu no, volevi avere mica una sconfitta sulla coscienza per uno stupido parcheggio? Ricordo l’odore di Borghetti e mozziconi di sigaretta.

Qualche folata di piscio. Ma che vita c’era in quegli odori.  I cori, il rumore dei tamburi, le sciarpe e le bandiere biancorosse. Le raccomandazioni di mio padre e del fratello più grande di Leo uscite 10 minuti prima, così arriviamo in tempo per 90°. Faceva parte del rito domenicale arrivare a casa in tempo per tranquillizzarsi con il sorriso di Paolo Valenti. Era il 30 settembre. Oltre al caldo di fine estate si aggiungeva anche quello da derby, il primo di Vincenzo Matarrese. Ci teneva a battere Franco Jurlano, presidente del Lecce. Ad alimentare  il fuoco si era messo anche Eugenio Fascetti, gia al centro di una feroce polemica contro  il Bari, quando era allenatore del Varese, tre anni prima. Quando dichiarò che a Bari finiva il rispetto delle regole del calcio, riferendosi a favori arbitrali ricevuti dal Bari in virtù della presenza di Antonio Matarrese in Federazione. Dichiarazioni che torneranno a pesare come macigni anche durante il periodo barese di Fascetti, mai sopportato da parte della tifoseria. La nord è piena. Anche la sud è piena. Eccolo, il derby.

Nel primo tempo le squadre si studiano nervosamente. Loseto e Cipriani vengono alle mani al 20′ e vengono espulsi entrambi. Inizia il catenaccio di Fascetti per impedire qualsiasi azione. Secondo tempo: il Bari attacca al 51′ Bergossi lancia lungo per Edy Bivi che brucia sullo scatto il suo marcatore e segna di destro all’incrocio dei pali. Uno a zero. Io e Leonardo, che avrebbe dovuto proteggermi, ci ritroviamo in balconata spinti dalla folla che esulta.Tutti abbracciano me che sono il più piccolo. Qualcuno mi sposta sei sette file più giù come un trofeo. Se mia madre avesse saputo tutto questo mi avrebbe impedito a vita di andare allo stadio e avrebbe chiesto il divorzio a mio padre. Ma il Bari è avanti nel derby. Il Lecce prova a pareggiare effettuando qualche cambio, ma è inutile, il Bari è squadra quadrata, quasi impenetrabile, in difesa De Trizio, Guastella e Cavasin mettono il bavaglio a qualsiasi velleità leccese. Mancano cinque minuti alla fine e Leo mi prende per mano. Dobbiamo uscire, se no non arriviamo a casa per Novantesimo. Incominciamo a scendere gli scalini, arriviamo al primo anello e un non so cosa ci blocca. Aspettiamo, la partita è ancora in bilico. Bergossi conquista palla e supera il centrocampo, ha tre giocatori liberi, due a sinistra e uno a destra, potrebbe lanciarli, di fronte ha un difensore leccese. Invece di lanciare lo supera con un dribbling. A testa alta, senza paura. I compagni finiscono in fuori gioco. Allora si intestardisce, prosegue, corre come un indiavolato.

Tra lui e la porta non c’è nessuno, arriva al limite dell’area, da sinistra arriva come un fulmine un difensore leccese in recupero che in scivolata cerca di toglierli il pallone, ma lui con un tocco facile facile lo scavalca. Davanti a Bergossi il portiere Negretti in uscita. Un’altra magia e via verso destra con il portiere a sedere. Troppo a destra però, e nel frattempo sono arrivano tutti, compreso un difensore che si piazza al centro della porta come ultimo baluardo mentre il portiere tenta disperatamente di guadagnare nuovamente la posizione. La punta biancorossa alza gli occhi e vede la porta per intero. Cambia piede e  insacca di sinistro. Due a zero e tutti a casa. Ricordo l’apoteosi e una sola, marcata, affermazione: madò, sort d’gol. Bergossi fa tutto il giro del campo per andare ad esultare sotto la nord in festa, io e Leo possiamo uscire, mio padre ci aspetta. Lui quel gol se l’è perso, e oggi glielo dedico io.

A mio padre.

Ringrazio Leonardo Losito per avermi ricordato questa partita, per la passione e per la dovizia di particolari. 

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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