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Penta, il banking per la crescita del business

Quando tre anni fa ho fondato una Società, inizialmente una Srls poi diventata una Srl dopo appena un anno, una delle cose più complicate da fare è stata aprire un conto. Il ranking annuale di Forbes dedicato ai migliori Paesi per avviare un’attività imprenditoriale, posiziona l’Italia alla 30esima posizione: non proprio in zona playout, ma neanche tra le prime della classe. Credo che uno dei motivi principali sia questo. Tempi troppo lunghi, impedimenti burocratici, costi onerosi da affrontare e non solo nella fase di start up. Anche il day by day diventa molto complesso, così come la gestione delle risorse finanziarie che spesso vengono demandate ad una sola persona in azienda. 

Si tratta prima di tutto di cultura: conoscere la situazione economica significa sentirsi più responsabilizzati; essere costretti a fare lunghe code o addirittura perdere mezza giornata in banca per aprire un conto, chiedere un finanziamento o autorizzare un collaboratore ad usare la carta aziendale è anacronistico. Tra le principali problematiche legate alla gestione del banking ci sono i costi elevati a fronte di un basso valore percepito dagli imprenditori (fino a quando non ci si rende conto di quanto tempo si risparmia con un servizio di business banking), i tempi di attesa che in media sono di 4 settimane, la disponibilità di una sola carta per tutto il team, una piattaforma non intuitiva e la non integrazione con un tool per il controllo delle spese, ormai essenziale soprattutto per le piccole e medie imprese. 

È a queste che si rivolge Penta, il nuovo Business Banking per PMI e Startup.

Dimenticate i passaggi di carte tra soci per offrire un pranzo ad un cliente. Con Penta le carte aziendali sono disponibili per ogni collaboratore del team con limiti di spesa personalizzati e la possibilità di poter fare immediatamente delle note spese paperless. Dimenticate anche lo stress delle note cartacee: gli scontrini da conservare, i fogli da allegare e portare in amministrazione. Con Penta è tutto automatico. Il conto si apre velocemente, entro 48 ore lavorative, l’accesso è personalizzato per commercialisti e team fiscale, proprio perché una della principali caratteristiche del servizio è quella di dare solo le informazioni che servono. Il sito Penta infatti segue una logica di user experience (e UX writing) molto semplice: info chiare, pochi giri di parole, esperienza semplificata. Semplice come aprire un conto, appunto. 

Nata con la missione di non essere un semplice conto corrente all-inclusive ma un vero e proprio business partner impegnato nell’ascolto e nel supporto di ogni cliente, Penta ha l’obiettivo di imporsi come un alleato per la gestione digitale del business per tutte le startup e società che cercano un punto di riferimento unico nell’erogazione dei servizi finanziari. Ma cosa farà nello specifico Penta in Italia? La risposta è molto semplice: offrire a startup e PMI un nuovo modo di gestire le finanze e far crescere il proprio business. Parliamo infatti di un business banking dedicato a tutti gli imprenditori, grandi e piccoli, che oltre ad un conto corrente online veloce ed intuitivo, desiderano accedere ad un’offerta di servizi per gestire al meglio ogni aspetto del proprio business. 

Le imprese possono aprire il conto Penta direttamente online e accedere in poche ore a tutti gli strumenti disponibili. Il claim di Penta è More than Business Banking: per il target del brand, gli imprenditori di oggi, è impensabile gestire un conto tramite sportello o telefonando ad un call centre che non si sa da dove risponde (il customer team di Penta, invece, è a Milano). Serve piuttosto un supporto continuo e multi-canale. 

Con Penta le carte aziendali sono disponibili per ogni collaboratore del team con limiti di spesa personalizzati e la possibilità di poter fare immediatamente delle note spese paperless.

Lanciato in Italia da poco più di un mese, a Ottobre 2019, è ispirato ad un modello di marketplace: al centro del business ci sono l’ascolto e il dialogo dei clienti. E proprio perché uno degli obiettivi più ambiziosi è quello di aiutare le startup e le PMI a crescere, Penta ha stretto una partnership con Credimi, per permettere ai propri clienti di avere accesso agevolato a prestiti di medio-lungo termine. Si possono richiedere preventivi in pochi minuti e ottenere proposte gratuite di finanziamento digitale a 5 anni, senza vincoli di utilizzo, senza garanzia e al 50% della fee attuale, il tutto con un’attesa di tre giorni. Una volta approvato il finanziamento basta indicare il conto Penta e il valore totale del finanziamento arriva direttamente nel conto aziendale. 

Il reward program comprende anche dei benefit esclusivi: 5000 euro da spendere su AWS e fee gratuite su Stripe fino 20.000 euro di transazioni. Penta non è una banca, ma un business banking la cui missione non è essere un semplice conto corrente ma un vero e proprio tool per la crescita del business.

Un business banking perfetto per chi cerca personalizzazione e flessibilità, e assistenza multicanale. Adatta sia alla personalità dinamica e attiva degli imprenditori di startup  sia alle esigenze degli imprenditori delle PMI. 

Con questo sistema – ha dichiarato Matteo Concas, CMO di Penta – aiutiamo gli imprenditori a sentirsi più sicuri, a non perdersi. Il settore che per primo si è avvicinato a noi è quello dei servizi professionali, consulenti che offrono servizi di digital marketing alle aziende.” Professionisti quindi giovani, che hanno già dimestichezza con lo strumento. Professionisti che non hanno bisogno di una banca, ma di un business banking partner.

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L’Influenza logora chi non ce l’ha

Ieri notte sono intervenuto a “Tra poco in edicola”, il programma di Stefano Mensurati su Radio1 Rai. È stato un piacevole confronto sul tema degli influencer. Al centro della discussione, ovviamente, Chiara Ferragni e il suo film. Faccio una premessa: non vedrò il film della Ferragni neanche per curiosità, perché il tempo libero preferisco spenderlo in altra maniera; ma attribuire ad una delle migliori imprenditrici italiane la responsabilità della decadenza culturale della società mi sembra profondamente scorretto.

Ho ascoltato telefonate in cui si invitava la Ferragni ad andare a “lavorare”, ma non siamo gli stessi che chiedono ai giovani a crearsi un nuovo lavoro? Di non vivere con l’aspettativa del posto fisso e della pensione? Di essere “creativi”? Ebbene, lei c’è riuscita e adesso è colpevole? Essere invidiosi non è un problema, anche io lo sono della sua vita patinata, ma si può dire con un sorriso e senza ripetere la solita frase: “Non ci ho capito nulla della vita, dovevo fare due foto su Instagram e diventare milionario”. Perché anche io volevo fare la vita di un calciatore, ma non sono capace. Questa è l’unica verità.

C’è un mercato e all’interno di questo mercato lei si è creata un impero. Ci riesce uno su 10.000. Questo è il messaggio che deve arrivare: in primo luogo che diventare “influenti” è difficile, in seconda battuta che pochissimi possono vivere di questo. Solo dire che “basta postare le tette su Instagram” è molto diseducativo: perché si crea una falsa aspettativa. Perché non sarà così, il pubblico non è così scemo, nemmeno quello che segue Gianluca Vacchi (ha solo dei gusti osceni, a mio parere). D’altronde è influente anche Rupi Kaur, che scrive poesie bellissime. È influente, piaccia o meno, Roberto Burioni che parla di medicina. Fare confronti sul tema lascia il tempo che trova: è il pubblico, anche qui, che decide. E per la cronaca stamattina Maria Cafagna mi fa notare che i primi 15 influencer italiani sono tutte donne. Non è che sono semplicemente più brave, creative e visionarie?

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Impressioni di fine agosto

Fate un respiro lungo.
Pensate all’ultima volta che avete riso di gusto.

Chiedetevi cosa vi manca della vostra quotidianità. E ciò che non vi manca affatto.
Fate una lista delle cose che non vorreste fare più, di quelle che vi fanno contorcere lo stomaco al solo pensiero. No, non le potrete eliminare tutte. Ma due o tre sì; fatelo.

Finite di leggere un libro con avidità, non nei tempi morti. Difendete gli spazi della lettura. Che siano vivi. Scrivete a tre amici. Non dico una lettera ma tre messaggi sinceri, sentiti. Chiedetegli come va. Se hanno bisogno di voi, chiamateli. Ricordategli che ci siete. Scattate una bella foto e non condividetela.

Ballate uno di quei balli di gruppo di cui non vi riesce nemmeno un passo. Mettetevi alla prova, sempre. Abbassate il finestrino e cantate. Se siete stonati, cantate più forte. Promettetevi che al vostro rientro farete le analisi. Non abbiate paura di fare dei controlli (questa la dico a me stesso). Abbracciate una persona con cui non avete grande confidenza. Fate l’amore. Viaggiate. Se non potete farlo in lungo e in largo, fatelo nella vostra regione, che è bellissima. O sui libri. O sulle cartine geografiche.

Fissate una data per fare qualcosa (la differenza tra un sogno e un obiettivo è fissare la data), abbiate il coraggio di dire no, ma anche quello di dire “sì” a cose che pensate di non saper fare. Rispettate il silenzio e la noia, sono fondamentali. Giocate con i bambini. Se non ne avete, giocate con i bambini dei vostri amici. Lasciate spazio all’ispirazione: un giornale, una mostra, un film. Iscrivetevi ad un corso. Di scrittura, di cucina, di fisioterapia, quello che vi pare. Condividete cose belle.

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La Classe aspetta a TE

“Bro (Michele Dalai), non è che adesso che vai in TV ci abbandoni?”
“Ma sei pazzo Chief, dobbiamo fare una grande Classe”.

La Classe è pronta.
Ci siamo presi tempo per capire le esigenze di tutti. Viaggi più frequenti o corsi più lunghi, video o non video (sì, video!), un programma che cambia ogni giorno. “E che un corso di presentazioni efficaci non ce lo mettiamo?” Poi le telefonate di Ale nella notte: “E il Personal Branding? E la scrittura per i social?” “E ok, chiamo Mister X e Miss Y”. Tre corsi intensi, con due appuntamenti ogni sabato, per permettere anche a chi viene da fuori Bari di poter partecipare, ottimizzando gli spostamenti.
Ci teniamo a non farti spendere troppo.
E quindi ci spiace, ma non abbiamo il pacchetto “barbone”. Qualunque pacchetto comprerai, noi ti daremo tutto quello che abbiamo. Noi siamo così. Io sono così.

Da novembre a marzo, nella Classe in cui mi sarei sempre voluto sedere io. Che tu scelga narrazione, storycontent o social media, sarà un viaggio bellissimo. Avvincente. Stimolante. Talmente stimolante che ci scriverai di notte anche tu. Fatelo se volete imparare. Se volete approfondire. Se volete resettare. Le aziende ci chiedono persone di valore. È un nostro dovere aiutarvi a fare la differenza andando a lavorare volentieri (o magari iniziamo ad andare a lavoro, poi impariamo ad andarci volentieri).
Chiamatemi di giorno o di notte, fatemi tutte le domande che volete.
L’unica grande promessa che posso farvi io è che vi insegnerò a non fare tutti gli errori che ho fatto in questi 15 anni. Si diventa amministratori delegati di una multinazionale, senza i miei errori.
La Classe aspetta a TE.

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Widiba, la banca che non è più solo una banca

A volte parliamo dei trend come se fossero solo il frutto di ricerche di mercato. Numeri e statistiche che ci dicono che “I millennials” preferiscono certe cose e la “Generazione Z” ne predilige altre. Quasi mai mi colpiscono, i trend, perché mi danno l’impressione di parole vuote, appigli lessicali di un marketing utilizzato in maniera non corretta, almeno per quella che è la mia idea, di marketing. Quando Widiba mi ha invitato all’evento del 25 giugno a Milano, ha cominciato a farmi riflettere con alcune domande: “Google è ancora (solo) un motore di ricerca?” E “Apple produce solo tecnologia?” E perché allora una banca dovrebbe rimanere solo una banca? Questo era il quesito al quale avrei – probabilmente – trovato risposta durante la conferenza.
Widiba è una banca online ed ha dovuto puntare fin dall’inizio sul customer care, sull’umanizzazione, proprio perché non aveva uno sportello fisico. Quindi, da questo punto di vista, partiva decisamente avvantaggiata rispetto ai competitor (La mia vera grande domanda è “Esistono ancora i competitor?”). Ma la tecnologia è fine a sé stessa se non è accompagnata da valori. E allo stesso modo, i trend. Non basta cavalcarli, altra parola stantia dell’advertising, bisogna alimentarli. In un solo concetto, bisogna crederci.
Banca Widiba dimostra – non è il primo incontro a cui partecipo, e mi sento ormai una sorta di suo ambassador, – di credere nell’immediatezza, nell’ubiquità, nell’integrazione e nel benessere. Concetti da “generazione Z”? Non direi, visto che io, semmai, appartengo alla X, quella che si ricorda che cosa sono e come si usavano il telefono a gettoni e il walkie talkie. Eppure, se ci pensate, sento un bisogno fortissimo di prodotti/ servizi che:

  • Non tolgono tempo ad altre mie attività, personali e professionali;
  • Mi permettono di fare qualcosa indifferentemente da casa, da mobile, da lavoro o mentre aspetto il mio turno dal barbiere o dal medico;
  • Mi consentono di farlo anche a voce, se necessario, magari mentre sto guidando o sto facendo la doccia;
  • Mi permettano di avere uno stile di vita improntato non al finto lusso, ma al benessere. Allo star bene e non doversi affannare a rincorrere un’idea sbagliata di felicità.

Ecco perché ho trovato un grande senso nella narrazione di Widiba. Immediatezza vuol dire esattamente ciò che ho scritto sopra. I bambini non aspettano una settimana per vedere la puntata successiva del loro cartone animato preferito. Sono abituati a skippare persino la pubblicità. Non sono viziati rispetto a noi, semplicemente sanno che la rete glielo consente. Perché un adulto dovrebbe aspettare per ritirare del denaro quando può farlo dal supermercato grazie alla partnership con Via cash (Per approfondire, leggete qui). 
Ubiquità perché oggi è impensabile doversi recare in un punto fisico per delle operazioni bancarie. La nostra presenza “in più luoghi” non è più virtuale, è reale, e i servizi che utilizziamo ogni giorno devono adattarsi a questo stile di vita. Penso sempre ad un assunto: per chi lavora dal lunedì al venerdì, il sabato era spesso il giorno delle commissioni. Perché dedicare uno dei due giorni liberi – per chi ha la fortuna di averli – a fare file in banca, alle poste o al supermercato quando l’ubiquità di un servizio può consentirci di fare queste operazioni mentre stiamo facendo altro? Magari mentre siamo all’aeroporto o in stazione ad aspettare una coincidenza?

Integrazione vuol dire invece avere ancora più possibilità a disposizione. Nelle nostre case stanno arrivando gli assistenti vocali. E se da oggi, oltre a chiedergli il meteo o il timer per la cottura della pasta, potessimo chiedergli di effettuare delle operazioni bancarie come se fossimo allo sportello di una banca? Con tutta la calma del mondo e senza fare file, e soprattutto a qualunque ora, non sarebbe un’idea perfetta di servizio integrato? Vi confesso che questo esempio è stato uno dei momenti più interessanti della conferenza. Tendiamo a pensare ai dialoghi tra uomo e intelligenza artificiale (Google, Alexa, Siri) come qualcosa di divertente. Presto impareremo a non poterne fare a meno.

Così come non possiamo fare a meno del benessere. Indossiamo orologi che ci dicono quanti minuti siamo stati in piedi, se siamo stati bravi o meno, se la nostra giornata è stata caratterizzata da troppa sedentarietà e se i battiti sono regolari. Google ci permette di posticipare le mail per non scrivere una mail di lavoro di notte, gli Amministratori Delegati delle aziende si alzano presto per iniziare la mattina in palestra. Perché mai una banca non dovrebbe pensare al benessere? A quello digitale, quantomeno, adottando comportamenti coerenti con i potenziali cambiamenti che potrebbero verificarsi nel tempo. Siamo arrivati ad un punto in cui il lusso non è più un valore, il benessere sì. E per fortuna.
Ricapitolando: tutto e subito (se un hotel mi dice di richiamare il giorno dopo, molto probabilmente su booking ne troverò un altro), presenza virtuale in più luoghi, device e piattaforme snelle, benessere nello stile di vita. E quindi la risposta è “No, Widiba non è più solo una banca”.
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Grazie.

Coraggio. È la parola che ho letto più volte, da stamattina, quando mi sono svegliato ed ho iniziato a scorrere il feed di Facebook, Instagram, Twitter e LinkedIn. Ci hanno detto che abbiamo avuto coraggio, ed è stato bellissimo. Perché se c’è una cosa che non mi è mai mancata, cazzo, è proprio il coraggio. Che poi non vuol dire – come ha scritto giustamente qualcuno – essere invulnerabili, anzi. Per esempio io non mi lancerei mai con un paracadute, o non camminerei mai su un filo sottile d’acciaio. Eppure in questi giorni, davanti ad una platea di 300 persone, mi sono sentito a casa mia. Che poi, effettivamente, ero a casa mia, ma dovrei spiegarvi bene il mio concetto di casa e adesso farei anche molta fatica. Però tenete a mente questo particolare, perché tornerà.

La Content Academy Masterclass è stata una cosa bellissima. Niente iperboli da motivatori, semplicemente bellissima. Mi basta leggere i feedback mai richiesti, e forse per questo così numerosi, di chi a queste tre giornate ha partecipato. C’è chi ha parlato di un evento mai visto prima, di un nuovo standard, di uno stile tutto nostro. E la cosa bella è che non lo abbiamo detto noi. Ce lo hanno detto mentre ci fermavano nei corridoi, tra un caffè, un pezzo di focaccia e una parmigiana. Ce lo hanno scritto, e ci hanno fatto pure sentire importanti, a tratti. So che è facile scriverlo ora, col senno di poi. Ma la verità è una sola:

Siamo solo stati noi stessi.

Abbiamo preso il meglio da ciò che abbiamo imparato in giro, senza copiare e scimmiottare nessuno. Chi copia è triste. Chi imita è perdente dall’inizio. Abbiamo trasformato tutto ciò che non ci è piaciuto, delle nostre esperienze precedenti, in un punto di forza. I capi troppo autoritari e mai autorevoli, le persone trattate come numeri (noi le abbiamo chiamate per nome, tutte), le aree vip (mi stanno sul cazzo dai tempi della discoteca, figuriamoci agli eventi), il rigore eccessivo che ci siamo divertiti a prendere in giro mangiando la focaccia seduti sul palco o portando caffè e crostata a Nicola Carmignani. E poi tanti anche particolari che hanno reso l’evento più leggero senza rinunciare alla cura del dettaglio, alla precisione ossessiva (chi doveva portare l’acqua?!), alla concentrazione di tutti, sempre e comunque.

Panificio Santa Rita

In fondo noi non abbiamo inventato nulla, semmai abbiamo modellato. Basta prendere in mano l’ultimo libro di James Kerr – grazie a Francesco per avermelo regalato -, che parla di rugby, ma solo per chi non guarda al di là del proprio naso, e leggere i 15 principi guida:

  1. Pulisci gli spogliatoi
  2. aggredisci gli spazi
  3. gioca con uno scopo
  4. passa la palla
  5. crea un ambiente di apprendimento
  6. niente teste di cazzo
  7. abbraccia le aspettative
  8. allenati per vincere
  9. mantieni una testa blu (questa è difficile)
  10. conosci te stesso
  11. i campioni vanno oltre
  12. inventa il tuo linguaggio
  13. ritualizza per attualizzare
  14. sii un buon antenato
  15. lascia scritto la tua eredità.

Il libro si chiama come il punto 6, che è quello che racchiude tutto: niente teste di cazzo. E così siamo riusciti a creare un ambiente completamente privo di odio, di invidia, di cattiveria. E di questi tempi, è l’impresa più bella che potevamo fare. Sulla qualità degli interventi cosa volete che dica? Potevo mai avere dubbi su Andrea Fontana, i ragazzi di BMark-MartinBrando-Subway, Valentina Vellucci, Ale Agostini, Paolo Iabichino, Francesco Poroli, Michele Dalai, Veronica Gentili, Nicola Carmignani e Food Spring (gli unici ai quali è stato concesso un selfie sul palco!), Valentina Falcinelli e Matteo Caccia? Non ne avevo. Nessuno di noi ne aveva. Ma come ho detto sul palco: gli ingredienti buoni ci sono, in giro. Possono essere più o meno costosi, ma ci sono. È metterli assieme che è difficile.

Michele Dalai La Content Academy

Poi ci sono tante altre citazioni in giro, una va per la maggiore, ma mi è venuta così. Non ci ho nemmeno pensato tanto, è stata spontanea. Quel “senza ispirazione è una vita di merda” che provvederò a registrare alla Siae. Come la nostra playlist, mai casuale. Perché la parola “coraggio”, di cui sopra, è presente nel pezzo di Diodato, Adesso “Tu che nome dai, al tuo coraggio”, in quello di Cosmo, in La tua canzone dei Negrita “Resta ribelle, non ti buttare via”. Ho imparato tante cose, in questi anni, che mi hanno aiutato a realizzare una cosa bella. Le ho imparate sui libri – sempre siano benedetti – online, agli eventi, ma sopratutto le ho imparate quella volta che ho fatto una fila assurda o in cui sono stato trattato non benissimo in un locale. Tutte le volte che non mi sono sentito al centro di qualcosa. Le ho imparate andando al cinema, al teatro, al ristorante, ad un convegno (triste) fuori città. E ancora: le ho apprese diventando amico, senza doppi fini, di persone immensamente più brave di me come Michele e Matteo. Giganti.

E quindi grazie a chi c’è stato, a chi stamattina ha dedicato 10 minuti ad un post su facebook per noi, a chi vuole iscriversi alla prossima Content Academy Masterclass senza sapere nemmeno chi ci sarà sul palco. Ad Anche Cinema (grazie Andrea, Annarita e tutto lo staff), a chi ha lavorato per me e per noi in questi giorni, sempre con il sorriso, mai con quello di circostanza. Grazie a mia madre che non c’è più, ma che viveva per me come mi ha detto stamattina una persona che mi ha riconosciuto, alle Poste. E mi ha lasciato la serietà, la leggerezza, l’ambizione, e pure la sfida: “non si possono fare cose belle a Bari“, mi diceva sempre.

Non dite a mia madre che, invece, ci sono riuscito.

 

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La Cronaca Pop di Widiba: la banca online che diventa media company

Quando parliamo di posizionamento, mi viene spesso in mente Banca Widiba, e la sua lezione di branding. Ovvero, come la Banca più antica del mondo può trasformarsi in quella più innovativa. E che media usa una banca innovativa per comunicare la sua storia e i suoi valori? Un libro.

Cronaca Pop, ovvero la storia dell’ingegnere che parlava con un pesce rosso

Cronaca Pop, ovvero la storia dell’ingegnere che parlava con un pesce rosso

Sì, perché – sarò anche di parte – ma non c’è nulla di più out of the box, per usare una di quelle parole che piacciono tanto ai marketers, della scrittura. E proprio la scrittura è stata la protagonista della presentazione a sorpresa di Cronaca Pop, “ovvero la storia dell’ingegnere che parlava con un pesce rosso”. In fondo cos’è la scrittura se non il lato umano del digitale? E cosa rappresenta una banca online se non la naturale evoluzione di un rapporto interpersonale che il digitale non ha sminuito, ma semmai ampliato? Ho conosciuto – in senso etimologico (persone, sorrisi, strette di mano, empatia: l’accento barese come il mio di Nicola, la cordialità di Graziana) – Widiba ad un evento a Firenze qualche mese fa. Una convention di consulenti finanziari, una di quelle cose a cui mai e poi mai avrei pensato di partecipare.

Widiba: da idea a No ordinary bank in 6 anni

Il consulente finanziario: psicologo, amico, confessore

Quel giorno però ho iniziato a capire che l’azienda aveva un modo diverso di comunicare. E che non era solo forma, ma anche sostanza. Ho fatto una bellissima chiacchierata con Antonio Scicchitano, a Bologna. Quella sera abbiamo parlato di soldi, e per la prima volta ho avuto una sensazione diversa. Parlare di soldi in Italia è sempre stato un tabù, molti di noi vengono dalla cultura del materasso e del mattone. Ovvero: conservo ciò che è in più e se investo compro case. Parlando con Antonio, consulente finanziario Widiba, ho scoperto di non essere finanziariamente educato (è sempre importante conoscere le proprie lacune) ed ho raccontato ad Antonio alcuni passaggi chiave della mia vita: il mio cambio repentino da dipendente a libero professionista, l’improvvisa responsabilità economica derivata dal fatto di non avere più genitori.

Noi consulenti finanziari siamo un po’ psicologi, un po’ confessori, molto amici. Ma è un tipo di amicizia che non può prescindere da una grande lucidità”.

La coerenza dei racconti, il rispetto dell’individualità di ognuno

Mi sono portato quella frase a casa quella sera, ci ho ripensato spesso, fino a quando Widiba, giovedì scorso, mi ha invitato ad un evento a sorpresa. Durante lo speech dell’AD Andrea Cardamone scorrevano le nostre storie, quella mia, quella di Luca, quella di Giacomo e Michela. La serata si era presentata pop fin dall’inizio. E la presentazione del libro – di cui, lo confesso, conoscevo l’idea – è stata la ciliegina sulla torta. Cronache Pop perché il libro è sì un susseguirsi di fatti, ma mescola il linguaggio della consulenza finanziaria, dei mutui online e dei conti corrente agli eventi pop personali e non. Il libro è “pop” nella grafica (se pensi ad una Banca pensi ad un altro genere di impaginazione, di tono di voce, di concept), nella scelta dei colori e delle illustrazioni. Addirittura, nella ricerca del typo giusto. E, cosa ancora più importante nella scelta dei racconti. Nella ricerca della coerenza dei racconti, pur rispettando l’individualità di ognuno.

Andrea Cardamone, AD Widiba

Widiba: da idea a No ordinary bank in 6 anni

Cronaca Pop non è solo la storia dei primi 6 anni di Widiba (quanti sono oggi 6 anni? Sono tanti? Pochi?), ma il susseguirsi di racconti di persone uniche e diverse, unite dalla voglia di dire qualcosa e lasciare intravedere la propria essenza tra le pagine. La stessa voglia che abbiamo riversato noi, alla fine della prima parte dell’evento, quando ci siamo ritrovati a continuare quelle storie, facendo un antico, e quindi incredibilmente innovativo, esercizio di scrittura. Non so se una banca diventerà mai una media company, ma quello di cui sono certo è che non c’è nulla di meglio della scrittura, e di un libro, per conoscere i valori delle persone che lavorano per un brand. Nel 2013 Widiba era solo un’idea, oggi è la No Ordinary Bank. Nelle Librerie Feltrinelli e nei principali store online trovate la sua storia e le innovazioni che l’hanno portata ad essere ciò che è oggi. È d’altronde, come ha detto l’AD Andrea Cardamone: “Il nostro futuro di 6 anni fa, coincide con il presente di oggi”. Un presente tutto da leggere.

 

 

 

 

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Il valore del tempo e il test del vampiro

Questo non è il solito post sul valore del tempo, ma una riflessione sulla consapevolezza di come questo tempo va gestito oggi, anno domini 2019. Una delle cose che mi spaventa di più è l’affanno. L’affanno crea ansia, crea stress e di conseguenze porta a risultati cattivi. Al tempo stesso credo che disporre di tutto il tempo possibile sia sbagliato e che un po’ di fuoco sotto la sedia bisogna sentirlo. Quello è uno stress positivo.

Più passano gli anni, più ci troviamo a dover prendere delle decisioni, prendere posizione, dire dei no. Ultimamente ad esempio, ho dovuto dire di no a diversi incontri di persona e alcune call (“abbiamo questi slot”, mi fa piacere ma chi mi ha ordinato di riempire tutti gli slot della mia vita? E poi che brutta parola è “slot“?). Sia chiaro, io adoro incontrare gente. È sempre stato così. A volte mi ritaglio del tempo per fare una chiacchiera con uno sconosciuto o con un collega che non vedo da tempo. È fantastico, è stimolante, potessi farlo sempre vivrei di questo. Quello che invece non è più possibile è pensare che per ogni progetto ci si possa incontrare di persona, da subito.

È un po’ antipatico dover dire di no, ma io durante una settimana devo salvaguardare – inteso proprio come “proteggere” – almeno due giorni di produzione creativa e strategica. Intendo dire due giorni in cui sono davanti al computer a progettare, pensare e scrivere. Poi certo, in quei giorni si telefona, si mandano mail, si aprono e chiudono chat in determinati momenti. Restano tre giorni che devono essere comunque produttivi (non si offenderà nessuno se dico che i fine settimana in cui non faccio delle formazioni in aula o scrivo libri li dedico alle mie passioni).

Quanto tempo può essere dedicato a trasferte di lavoro e incontri? E perché se non ci siamo mai visti né sentiti dopo la prima mail dovremmo immediatamente vederci e fissare un appuntamento? Non rischia di essere una perdita di tempo per entrambi? Di qui un’altra riflessione che avevo accennato qualche tempo fa: mai come in questo momento storico il “piacere” di lavorare con qualcuno conta, eccome. Non dico più del denaro, perché nessuno di noi vive in un atollo, ma conta tantissimo. Una persona piacevole ha un vantaggio competitivo enorme, – con alcuni ci sentiamo a pranzo, la sera, nel fine settimana -i vampiri no. I vampiri sono quelli che hanno la capacità di prosciugare l’energia delle persone che incontrano. Se dopo aver passato del tempo con qualcuno vi sentite esausti e svuotati, la persona in questione è un vampiro. Fuggite. E date valore al vostro tempo.

Voi come lo gestite? Mi raccontate la vostra esperienza?

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Il manifesto della (mia) media company

Se negli ultimi tempi ho scritto meno, su questo blog, è perché ho diverse collaborazioni editoriali. Scrivo di lavoro su Senzafiltro, di calcio su Esquire e di digital marketing su SemRush, più articoli spot per altre testate. Sono sempre più giornalista – o brand journalist – e sempre meno blogger. Un obiettivo che mi ero dato qualche anno fa, non tanto perché reputo una cosa più nobile dell’altra (non lo è), ma perché rischiavo seriamente di appiattirmi scrivendo solo per i motori di ricerca o per il mio personal branding. Di conseguenza, negli ultimi tempi, ho scritto molto meno per questo blog. Di solito lo faccio solo se ho un po’ di tempo (oggi ce l’ho) e se ho qualcosa di particolarmente intimo e importante da dire.

Credo di avere anche quello, ma andiamo per ordine.

Sto leggendo un libro molto bello, si chiama “Uccidi il marketing” (Joe Pulizzi) e parla di quanto sia importante per le aziende trasformarsi in media company, producendo dei contenuti coerenti con i valori del brand. Lo trovo interessante non perché dica qualcosa di particolarmente nuovo o sconvolgente, ma perché descrive uno scenario in cui i marchi andranno direttamente dai consumatori, anziché affidarsi ai canali media tradizionali. In poche parole, il libro spiega perché tutto quello che facciamo deve essere un catalizzatore per il dialogo. Che è qualcosa di molto diverso dal “purché se ne parli“. In un mondo stracolmo di nuovi incredibili strumenti per coltivare community, clienti, consumatori e fan, bisogna mirare, sempre di più alle conversazioni dirette. Non lo dico io, anche se lo penso, ma Linda Boff, dirigente area marketing di General Electric.

Siccome leggere libri di marketing mi piace, ma non quanto leggere romanzi, mi sono messo in testa di provare a mettere in pratica alcuni passaggi del manuale nella mia quotidianità professionale. E sto lavorando duro per poter creare (o co-creare, nel mio rapporto giornaliero con gli influencer) contenuti che vadano sempre di più in questa direzione. La mia idea di storytelling, oggi, è molto diversa da quella che avevo tre o quattro anni fa. I contenuti “sicuri” non fanno la differenza: i simili generano simili. Oggi più che mai le aziende hanno bisogno di scegliere il cosiddetto “content tilt“. Una linea editoriale che si differenzi da quella dei concorrenti e che contribuisca a fidelizzare il pubblico.

Non è semplice, ci sto lavorando con una multinazionale, con alcune aziende locali, con il business della formazione. In quest’ultimo caso sto cercando, assieme ai miei soci, di diversificare sempre di più l’offerta. I corsi di formazione sono tantissimi, i docenti bravi (e abituati a parlare in pubblico) sono sempre quelli. Li conosciamo, sappiamo chi sono, e non è corretto affidare a loro la responsabilità di riempire la sala. Conosco molte persone che credono basti affidarsi ad un nome più o meno noto per fare tanti iscritti. Non è così. Può capitare una volta, ma non è quella la strada da seguire. Può sembrare semplicistico dire che bisogna creare un brand e una storia, ma è esattamente quello che va fatto. Poi è chiaro che gli ospiti, con le loro competenze, facciano la differenza.

Il vero successo, per chi lavora in questo campo – e io ci lavoro da pochissimo tempo, per questo citerò esempi virtuosi di altri – sta nel fidelizzare il pubblico. Ieri ho fatto iscrivere una ragazza che lavora con noi, Isabella, a Play Copy, il convegno di Valentina Falcinelli. Non ho avuto bisogno di leggere il programma, mi è bastato il nome. Permesso accordato. Questo vuol dire creare un brand e una storia. Nessuna invenzione, la linea narrativa è coerente con tutto ciò che fanno dalle parti di Pennamontata. La (mia) Content Academy è molto giovane. È un’ambizione, più che un’impresa (regolarmente iscritta al registro delle imprese come srl, è bene dirlo). Quella del 2019 sarà solo la seconda edizione della Masterclass. La prima è andata molto bene e siamo sicuri che ci siano i presupposti per fare un secondo anno di altissimo livello. Per raccontarci abbiamo scelto le community di Facebook e Linkedin, il rapporto diretto con noi, la strada della media company, che è molto più complessa di quella del funnel (per la cronaca, non ho nulla contro i funnel). Siamo piccoli, dobbiamo creare dei motivi per venirci a scoprire, a Bari, e adesso che iniziano ad esserci chiari, possiamo condividerli con il nostro pubblico.

La mia visione incomincia ad essere più chiara, e così ho scelto di mettere nero su bianco alcune delle cose che vorrei fare, nei prossimi anni. Così diventano un impegno. E quindi:

  • Vorrei una scuola di formazione dove si lavora, ogni giorno, su progetti veri. Non solo su power point o excel, ma su tutte le complicazioni quotidiane: i brief incompleti, le mail da scrivere, le responsabilità da prendersi. Tutte cose contro le quali poi ci si scontra in azienda.
  • Vorrei una scuola di formazione dove la pratica viene prima della teoria, perché spesso in azienda è così. La teoria si fa a lavori in corso. Si ferma tutto, si spiega, si ripete, si riparte.
  • Vorrei una scuola di formazione dove alle 18.00 bisogna chiudere i progetti e andare a casa. Al massimo ci si può fermare un’ora in sala lettura. Poi tutti fuori a fare altro. I Master che hanno formato giovani che arrivano in azienda con l’idea che lavorare fino a tardi sia figo hanno contribuito a creare una situazione professionale fuori dal controllo (e spesso a scapito della qualità).
  • Vorrei una scuola di formazione in cui si passa del tempo con i docenti, anche fuori dall’aula. In cui si creano relazioni virtuose, rapporti solidi, scambio.
  • Vorrei una scuola di formazione che mi permetta di rispondere a tutte le richieste della aziende che mi chiedono social media manager, digital strategist, copywriter, storyteller, esperti di influencer marketing con un “Certo, ti mando lei/lui è bravissimo“. Ho diverse richieste inevase, e questo mi provoca una grande amarezza.
  • Vorrei una scuola di formazione in cui formare i prossimi professionisti, ma anche i prossimi speaker, perché siamo sempre gli stessi a parlare in giro, e mi piacerebbe dare delle opportunità a chi magari non lo ha mai fatto. E perché no, anche gli strumenti. Come altri fecero con me quasi dieci anni fa.

Prendetelo come uno dei miei buoni propositi del 2019, uno di quei propositi non richiesti che però restano qui, insieme alle riflessioni sul content marketing, sullo storytelling, sull’influencer marketing, sul mio futuro. Sempre meno incentrato su di me e sempre di più sulla prospettiva di una media company che crei valore al di là dei contenuti.