Quella rovesciata l’ho sognata mille volte. Dalla destra arriva un cross morbido e puntuale. Io guardo il pallone, prendo posizione, curvo leggermente la spalla e mi tuffo. All’indietro. Come nel logo delle figurine Panini. Si chiamava Parola quel tipo. Così mi dicono da quando ero piccolo. Insomma, dicevo, mi coordino, in questo sogno, e mi lascio cadere. La gamba leggermente tesa per impattare il pallone nella miglior maniera possibile. Preso. Il mio volo continua, verso terra. Sono sospeso. Anche il pallone lo è. Io verso l’erba, il pallone verso la rete. Attorno a me il silenzio. Poi qualche sussulto. Infine un boato. Che sarà successo? Il pallone ha fatto prima di me, è finito alle spalle del portiere. Non lo saprò mai. Ho toccato terra e mi sono svegliato dal sogno. Mi giro per vedere se ho fatto goal, ma trovo solo il suo poster attaccato alla parete. Stringe il pugno e muove l’avambraccio. Digrigna i denti e chiede al pubblico l’ultimo sforzo. Per lui, giocatori e tifosi sono una cosa sola. Dobbiamo salvarci Igor, dobbiamo salvarci. Atalanta e Cremonese sono la nostra ultima chance. Bisogna vincere, poi potrai andare dove vorrai: a Roma, a Milano, a Napoli, a Tenerife.

Io questo poster non lo toglierò mai da qui dietro. Mi sveglio, preparo la cartella, vado a scuola. Ogni tanto ripenso a quella rovesciata. Oggi è mercoledì e il Bari recupera la partita contro l’Atalanta, a Bergamo. Mio padre dice che su quel campo non vinciamo dal 1948. Mica da ieri. Lui ci ha vissuto a Bergamo e ci ha fatto nascere il suo primo figlio. Mio fratello Sergio, il mio fratellastro Sergio, tifa per l’Atalanta. Ma non è serata di sentimenti, bisogna vincere e basta, per carità. All’andata Tovalieri ci ha punito per ben due volte. Il Cobra, che è stato l’idolo di Bari per tre anni, ci ha persino chiesto scusa, allargando le braccia. L’altro gol l’ha segnato Pisani, un ragazzo promettente del vivaio bergamasco che oggi non c’è più. Un brutto incidente ha portato via lui e la sua ragazza. Il Bari non è più quello di Materazzi. Fascetti è riuscito a trasmettere grinta, ci crede e a questo punto ci crediamo tutti. L’importante è vincere questi due scontri diretti. Il primo si gioca il 10 aprile del 1996 ed è un recupero. L’Atalanta è una squadra ostica, ha due attaccanti pericolosissimi come Tovalieri e il giovanissimo Christian Vieri. Il campo è pesante, l’aria, a casa mia, anche. Lo sappiamo tutti che bisogna vincere. Eppure loro corrono di più e noi sembriamo bloccati. Andersson prova a districarsi tra le maglie nerazzurre ma non trova spazio e non riesce mai a fare una sponda, dico una, per Igor. Lui è la nostra unica vera arma. Ma al 22′ del primo tempo  è Vieri a fare sponda per Sgrò che con il piede sinistro toglie il pallone dalla portata di Fontana. Jimmy non può fare altro che atterrarlo e per l’arbitro c’è una sola soluzione: il calcio di rigore. Sul dischetto va quel ragazzone sgraziato, uno che non sembra avere piedi di velluto.

Questo è un cesso – dice il mio amico Giovanni – per me la butta in curva. Invece no. Il suo tiro è sì potente, ma preciso. E l’Atalanta è in vantaggio. E noi abbiamo un piede in serie B. Qualche minuto dopo Mangone mette a terra Tovalieri e per poco non ci scappa il secondo rigore. Quello le deve tenere a posto le mani, se l’arbitro fischiava era finita la partita – sentenzia mio padre. Il primo tempo finisce senza ulteriori sussulti. Il Bari, in campo, non c’è. Fascetti deve inventarsi qualcosa se non vogliamo rendere del tutto inutile lo scontro diretto con la Cremonese. Sono nervoso, sgranocchio arachidi e il sapore non mi piace affatto. Mi accorgo di non averle mai amate. Il secondo tempo inizia ed è ancora l’Atalanta a creare problemi. Morfeo serve Tovalieri che tira al volo di sinistro. il pallone batte a terra davanti a Fontana e poi colpisce la traversa finendo fuori. A casa mia volano imprecazioni. Che diventano bestemmie 5 minuti dopo. Quando Manighetti decide di farsi espellere per doppia ammonizione. Potrei spegnere il televisore, ma Igor si prende la squadra sulle spalle, lascia partire un tiro da fuori area e colpisce il tabellone pubblicitario. Di per sè un tiro insensato. Eppure quel tonfo, quel rumore, quel tentativo di svegliare i propri compagni mi da speranza. I minuti scorrono e i bergamaschi amministrano, sarebbe meglio dire addormentano. Ma la testa di Andersson, a volte, può diventare pericolosa. Lo svedese si avventa su un campanile di Brioschi e di spalle allunga verso il centro dell’area recapitando il pallone sui piedi di Protti. Il minuto è il 70esimo. Igor controlla di destro, si gira in un fazzoletto e trova il secondo palo. Il rasoterra si infila perfido alle spalle di Ferron. Finalmente cazzo. Vai a prendere il pallone, gridano tutti. Lo fa Pedone. Che due minuti dopo approfitta di un pasticcio della difesa atalantina e si ritrova solo davanti al pallone ma spara incredibilmente alto, da posizione favorevolissima. Si butta per terra e come lui molti giocatori. Non lo sanno, ma ci buttiamo a terra anche noi, a casa. E quando ci ricapita, in dieci, un’occasione così! Pensiamo. La risposta in effetti è mai. A meno che qualcuno non si inventi qualcosa. Minuto 80, o giù di lì. Pedone allarga il gioco verso destra dove arriva come un treno il provvidenziale Brioschi.

Un giocatore che non è esattamente una prima scelta, per Fascetti. Ma il ragazzo ha corsa ed è in serata, tanto da raggiungere un pallone piuttosto veloce, considerato anche il campo scivoloso. Il ragazzo non stoppa. Accompagna il pallone verso il fondo e prima che questi esca dal terreno di gioco colpisce di destro indirizzando la sfera verso il centro. Il cross è perfetto, sorprendente, nella sua facilità. Il pallone segue una traiettoria logica, sensata, naturale. Finisce in un punto dove ci sono 5 giocatori in maglia nerazzurra e uno con la maglia bianca. Ma è proprio lui quello più vicino alla sfera. Ha la maglia numero 10, i capelli lunghi e una fascia da capitano, penzolante. Ci alziamo in piedi perchè Igor, ignaro della complessità del gesto che sta per eseguire, si avvita su quel pallone con una rovesciata degna del miglior Parola. Dura tutto un secondo, ma è un secondo lunghissimo. Faccio in tempo a stringere il braccio di mio padre, a scansare la testa di Giovanni, a inginocchiarmi davanti alla televisione. Igor colpisce il pallone e precipita verso l’erba. Ferron si tuffa ma il pallone, beffardo, gli rimbalza davanti agli occhi, ed è così potente da terminare la sua corsa all’incrocio dei pali. Che gol. 1 a 2. Che gol. Igor corre verso la curva, il Bari vince una partita incredibile, in 10, fuori casa, dopo essere passato in svantaggio. Con una doppietta del suo cannoniere. Della bandiera, dell’orgoglio, della classe. Con un rovesciata che ho visto, in vita mia, solo due volte. Sulla bustina delle figurine e nei sogni.

Prossima puntata: Inter – Bari 18 gennaio 1998

 

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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