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Il Web Marketing Festival, secondo me

Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa sul Web marketing festival, qualcosa che andasse al di là delle solite considerazioni sulla portata dell’evento, sulla quale c’è poco da aggiungere. Sale piene, contenuti di qualità – ovvio che con così tanti panel qualcosa può entusiasmare e qualcosa può deludere – tante occasioni di incontro, che è una parola che personalmente preferisco a “networking”. Mi sento libero di scrivere questo post perché due anni fa ero stato relatore e l’anno scorso partner editoriale. Quest’anno sono stato solo un partecipante, uno spettatore, e quindi posso parlare liberamente di quelle che sono state le mie impressioni.

Provo sempre un po’ di fastidio quando leggo critiche agli eventi, magari da parte di chi non ne ha mai realizzato uno (un classico, stessa scuola di quelli che “eh ma oggi i libri li scrivono tutti” e loro non ne hanno mai scritto uno). Oppure critiche a relatori che non abbiamo mai ascoltato. Legittima è la scelta di non partecipare ad un evento, anche io l’anno scorso sono rimasto a casa, meno condivisibile quella di sparare a zero su chi si mette in gioco. Perché “partecipare” secondo me vuol dire davvero mettersi in gioco. In più di una occasione mi sono ritrovato a dover rispondere alla domanda “Tu quando hai il panel?“. La risposta è in questo video, realizzato grazie agli amici di Stravideo.

La verità è che il Festival da partecipante è sempre più difficile di quello da relatore. Ho approfittato di questo Festival per ascoltare, per imparare, per prendere appunti e farmi affascinare da persone e relatori che porterò alla Masterclass dell’anno prossimo. Va da sé che sono orgoglioso di aver visto su un palco così prestigioso professionisti, e amici, che hanno incantato il pubblico di Bari un mese fa. Valentina Vellucci, Luca Conti e Graziano Giacani, su tutti.

Ho notato la solita allergia alla parola storytelling, che però poi alla fine nominano tutti, e quindi è più attuale che mai. Così come è attualissima le necessità e la voglia di comunicare attraverso delle storie, cosa che fa meravigliosamente Paolo Iabichino (altro panel altamente ispirazionale, il suo). L’altra parola a forte rischio è “influencer” che però torna in diversi panel. Da quelli dedicati ai social, a quelli dedicati al brand journalism. Ed è questa la grande novità: da influencer a content creator, definitivamente. I media lo hanno capito e tracciano la strada per le aziende.

I dati: non c’è storia, non c’è narrazione, non c’è strategia senza dati. Abbiamo migliaia di strumenti per leggerli e troppe poche persone che sanno interpretarli. Che vuol dire leggerli, comunicarli, trasformarli in strategie. In questo senso la mia sintesi estrema è: dati + umanesimo + relazioni. Le sale che hanno toccato questi argomenti erano tutte piene. Così come pieno è stato sempre lo stand Hoepli. Piccola nota di orgoglio personale: Facebook Marketing Pro è andato a ruba, Content Marketing e Local Marketing sono terminati! Di qui due cose: la prima è che ho già due libri da scrivere per il 2019. La seconda è che, visti i titoli mediamente lunghi di quest’anno, ho scelto il titolo del panel per il quale mi candiderò al WMF19: travolti da un insolito storytelling nell’azzurro mare del web. E lo faccio, lo giuro.

 

 

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La letteratura come asset dell’azienda del futuro

Sei un’azienda seria e ragioni a lungo termine? Allora lavora sui contenuti perché costruire contenuti vuol dire avere pilastri solidi quando ci sono gli scuotimenti. E fai di ogni errore la tua forza

Quando abbiamo deciso, io insieme ai miei soci, di organizzare un corso di formazione sui temi del digital marketing, sono partito da questa affermazione di Roberto Saviano poi ripresa in un bellissimo libro che ha ispirato alcune mie scelte. Il libro si chiama “La comunicazione è un posto dove ci piove dentro” e parla della contaminazione tra marketing e letteratura. Sono tornato indietro di circa 15 anni, ovvero al giorno della mia laurea in lettere. Tra le ipotesi che prendevo in considerazione per il mio futuro non c’era la possibilità di scrivere libri per il digital marketing, né quella di lavorare per lo storytelling delle aziende. Non era snobismo, semplicemente non pensavo che tante nozioni umanistiche mi sarebbero tornate così utili in un contesto profondamente segnato da asset economici. Mi sbagliavo. Perché come spesso accade, in un mondo dove tutti fanno la stessa cosa, la differenza la fa’ chi si approccia in maniera diversa. E con questo non voglio dire “fantasiosa” o peggio ancora “astratta”. Più concretamente ritengo sia fondamentale frequentare persone, eventi e situazioni legate a mondi diversi da quelli che abitualmente rientrano nel nostro business. Questo stimola in maniera più efficace ed eterogenea il proprio agire e soprattutto il pensare quotidiano.

Il corso che abbiamo pensato, inizia da qui. Per ogni modulo (content marketing, storytelling, digital pr e influencer marketing, social media marketing) due professionisti con approcci differenti. Uno più orientato al marketing, l’altro alla comunicazione. Uno ai dati, l’altro alla letteratura. Due materie che non possiamo più scindere. Leggerezza, velocità, molteplicità, consistenza, esattezza e visibilità. Sono le 7 lezioni americane di Calvino (l’ultima purtroppo manca), un puzzle che contribuisce ad un disegno straordinario. Per renderlo ancora più importante ho pensato a due eventi extra, completamente slegati dal business. Sono due eventi serali di narrativa pura, slegati dal contesto business, uno con Michele Dalai (Ettore, Radio 2) e l’altro con Matteo Caccia, il Don’t tell my Mom (avete mai provato a raccontare, in 5 minuti e senza leggere, qualcosa che non direste mai a vostra madre?).

Don't tell my mom Matteo Caccia

 

Chi siamo noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture e d’immaginazione? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili (Italo Calvino)

 

La creatività può produrre combinazioni serendipitose di idee già presenti nella nostra testa, ma anche permetterci di incarnarne di nuove dal mondo esterno. In tal senso la pratica e la lettura restano un veicolo insuperabile nell’acquisizione di idee e prospettive impreviste e interessanti. Stare chiusi in ufficio tutto il giorno, mandare a memoria nozioni, non è sicuramente il modo più moderno, efficace e creativo di farsi venire delle idee e trovare modi innovativi di comunicare. Che poi sono quelli che le aziende richiedono. Ho anche scelto personalmente dei titoli (la lista è segreta) di libri che possono stimolare questo pensiero e questa attitudine. Dell’importanza del networking mi sembra superfluo parlare: oggi è troppo importante entrare in connessione con le persone giuste, sceglietele accuratamente.

Sempre più, in futuro, le aziende avranno bisogno di storytelling e quindi di scrittori, giornalisti, registi per essere in grado di trasmettere le emozioni, i principi, i contenuti del brand. Io non ho l’ambizione di trasmettere questi concetti in due giorni, ma in uno scenario dei media che vede sempre più editori in difficoltà e sempre meno spazio per i giornalisti, quello di diventare reporter di un’azienda si sta configurando come un possibile mestiere del futuro. Non prenderlo in considerazione sarebbe un errore imperdonabile.

Se hai letto questo post hai diritto ad uno sconto per La Content Academy Masterclass.

Scrivimi a cristiano@lacontentacademy.it

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Sei ritratti, sei visioni

“Come ha fatto una grande industria ad andare a piantarsi tra le montagne dell’Appennino? Per la precisione nella conca fabrianese?” È l’incipit di un libro che si chiama “Merloni, da Fabriano al mondo”, dove si parla di una ormai ex isola felice. Si potrebbe continuare il gioco continuando con il chiedersi come abbia fatto il polo europeo degli occhiali a stanziarsi nelle valli del Bellunese. Esattamente come gli Olivetti fissarono la testa della loro impresa a Ivrea. Sono storie di imprenditori e di visioni. Di risorse e handicap, come quegli stessi luoghi da cui è difficile, se non impossibile, uscire. Che però diventano il centro, il cuore dell’idea imprenditoriale. In questi ultimi dieci anni di lavoro ho avuto modo di conoscere tanti imprenditori. Di loro mi ha colpito la visione, e così ho cercato di capire cosa li ha resi unici. Quale valore perpetrato, quale obiettivo a lungo termine. Non è stato semplicissimo trovare sei storie realmente affascinanti, e di successo. In primis perché la parola “Imprenditore” va usata con moderazione, in un’epoca in cui in troppi utilizzano iperboli lessicali per darsi importanza. Gli uomini e le donne di cui parlo io sono persone che gestiscono aziende da 100, 200 e 500 persone. A volte più piccole, ma che crescono a ritmi importanti. Non sono capitani di ventura, ma condottieri. Non ne ho incontrati tantissimi, e quando dico incontrato, mi riferisco alla possibilità di averci parlato, collaborato, lavorato. In alcuni casi anche da dipendente. Per cui questa Madeleine non sarà un quadro dei migliori imprenditori italiani, ma un ritratto delle più belle visioni di sei imprenditori che ho conosciuto personalmente.

Vita sana in corpore sano 

Mario Zani, Eurocompany

Ci diamo appuntamento in stazione, io e Mario. Lui arriva con uno zaino in spalla e con le scarpe da trekking. Non proprio un abbigliamento da dandy milanese insomma. “Mi hanno detto che c’è da fare una bella passeggiata, vero?“. Camminiamo, mi spiega le novità che ha in mente per la sua azienda. “Toglieremo i prodotti con troppo sale, e quelli con gli zuccheri aggiunti, non è più possibile che i nostri clienti mangino questa roba“. “Mario, ma è il 20% del vostro fatturato”. “Inventeremo altro“. Gli imprenditori che hanno una visione sono ripetitivi, fino all’infinito. Hanno una sorta di mantra, e lo ripetono. Gli esperti lo chiamano brand positioning, o visione strategica, io la chiamo semplicemente “ripetitività”. Ed è qualcosa di straordinariamente efficace. “Entro qualche anno la gente si convincerà che sale, zucchero, latte e farina fanno male. Se non lo farà pazienza, noi andremo in questa direzione“. E lui, da leader, guida tutti i suoi dipendenti. Non dite formaggio, se parlate di un fermentato. I compromessi vanno bene per la seo. Non per un visionario.

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La festa della Cicerchia

Giuliano Gabbarrini, Apra

Si può essere attaccati al territorio a parole, si può esserlo con i fatti. La sera che ho visto Giuliano Gabbarrini prendere le ordinazioni dell’osteria durante la festa della Cicerchia, ho capito che il suo era radicamento vero. Puro. La mattina stavamo parlando di consociate russe e brasiliane di 3Cad, la sera eravamo a bere vino della casa e a mangiare la cicerchia di Serra de’ Conti. Ho avuto diversi datori di lavoro, tutti più o meno ambiziosi. Giuliano è stato qualcosa di più. Qualunque fosse la visione imprenditoriale dell’azienda, e quella dei suoi soci, la sua preoccupazione principale era, e probabilmente lo è ancora, quella di garantire ai suoi dipendenti un futuro a casa loro, in Vallesina. Un futuro fatto di tecnologia e cicerchia.

100% Puglia

Marina Mastromauro, Granoro

La dottoressa Marina, così la chiamano i suoi dipendenti, mi ha concesso un grande privilegio: “chiamami Marina“. Così mi scrisse in un messaggio, ma ho sempre fatto fatica, in equilibrio tra informalità ed abitudine. Alla festa dei 50 anni di Pasta Granoro, dopo essersi emozionata per la sorpresa fatta da sua figlia, arrivata da Bologna, non trovava pace perché in una serata perfetta, con i dettagli curati nei minimi particolari, qualcuno le aveva fatto notare che il vino era l’unica cosa che non veniva dalla Puglia. Ho immaginato la scena di Alice nel Paese delle Meraviglie, quando la regina di cuori fa volare delle teste, ma Marina, pardon la dottoressa Marina, non è così. E me ne sono accorto quella sera stessa, quando tutti i suoi dipendenti e i collaboratori si sono alzati per una standing ovation di circa un minuto, dopo un suo discorso. I grandi imprenditori sanno fare discorsi che fanno scattare in piedi. Parlare con lei di pasta e di Puglia è celebrare un rito laico. Ti racconta di suo padre, delle trasferte lunghissime che faceva con lui e con tutta la famiglia per andare a trovare i fornitori in Veneto, mentre assaggia la pasta appena scolata come se fosse la prima volta. Come se volesse esportare la Puglia nel mondo.

Da Fabriano al Mondo

Vittorio Merloni, Indesit 

“Simonetta, mi chiama quel giovanotto dell’ufficio comunicazione?” disse il Presidente. Il giovanotto ero io e Simonetta compose il numero del nostro ufficio. Vidi la faccia di Nadia, che ripeteva il mio nome ad alta voce, e capii che dovevo aggiustarmi il nodo della cravatta. Presi uno di quegli ascensori che si vedono solo nei film e arrivai nella stanza del Presidente. Vittorio Merloni è stato il primo vero imprenditore che ho conosciuto. Le sue capacità e le sue abilità manageriali sono fin troppo note, di quelle relazionali posso portare un’esperienza diretta, quella che ho raccontato in un altro post di questo blog “Lo stagista e il Presidente“. Parole a memoria. Non c’è successo in un’iniziativa imprenditoriale senza progresso nel sociale. Passiamo un paio d’ore insieme. Simonetta ci serve un thè. Tra una bozza e l’altra Vittorio Merloni mi chiede se conosco le lingue, se mi piace leggere e mi racconta dello scenario economico del 2015. “Vede, saremo in 6″. Mi fa vedere un suo schema. Mi dice 6 nomi di produttori di elettrodomestici, i loghi disegnati su un pezzo di carta con una penna stilografica, e lui ha già chiaro tutto. Gli sviluppi, le difficoltà, il prezzo da pagare. Prendo coraggio. “Presidente, io qui scriverei in maniera diversa gli dico”. “Bravo, non c’è mai nessuno che mi contraddice”. Accetta la mia correzione poi, ad un certo punto, guarda l’orologio. “Forse deve andare –  dice guardandomi negli occhi – non voglio farle fare tardi”. “No Presidente, io resto volentieri”. Sono affascinato dalla sua personalità, da come si rapporta con l’ultimo dei suoi 15.000 dipendenti. Verrà a mancare circa dieci anni più tardi. Verrà a mancare a Fabriano, all’Italia, ai player che nel frattempo saranno davvero diventati 6, sul mercato, ma senza la sua creatura.

VITTORIO MERLONI GRUPPO MERLONI GROUP

L’eccellenza è una rottura di coglioni

Marcello Mancini, Performance Strategist

Una cosa divertente che non farò mai più – tanto per citare David Foster – è un evento con Marcello Mancini. Non fraintendetemi. È talmente maniacale, talmente dedito alla perfezione, che riesce a pensare anche alla differenza tra le penne che fanno “clic” (sì, in un evento da 1000 persone quei clic fanno la differenza) e quelle con il tappo. Una sera Marcello mi prende da parte e mi dice “Noi vogliamo sempre l’eccellenza. E l’eccellenza è una rottura di coglioni. Rassegniamoci“. Se una cosa non gli piaceva non si accontentava. Andava rifatta. E poi rifatta ancora. Di lui mi hanno colpito molte cose: la perseveranza, la metafora della palestra “il muscolo non cresce durante la serie da dieci, ma nelle due/ tra ripetizioni successive“, l’ambizione spasmodica, la vocazione commerciale (non ho mai visto nessuno vendere così bene un corso) e lo sguardo sempre rivolto al futuro. Mentre gli altri pensano agli eventi del 2018, lui pensa già al 2020. Cambiando le regole del suo stesso gioco.

Dall’altra parte della luna

Pierluigi Bocchini, Clabo

Gli imprenditori di seconda generazione hanno due possibilità: rovinare tutto, o fare ancora meglio. Pierluigi, a detta sua, è cresciuto a pane e impresa. L’ha respirata, dice lui. Io aggiungo che l’ha respirata bene. Quando penso che la mia vita sia stressante, sempre in giro, da Milano a Roma, da Bari alle Marche, guardo la sua. I movimenti sono gli stessi, però su voli internazionali. Dalla Cina all’America, dal Sudamerica a… Jesi. Pierluigi guida un’azienda di 300 dipendenti e riesce ad essere contemporaneamente imprenditore, amministratore e guida. Se dovessi raccontare una cosa che mi ha colpito di lui è la serenità. Sorride sempre, non usa punti esclamativi nelle mail, trova il tempo per staccare e dedicarsi alla famiglia. È un equilibrista consapevole, un funambolo che non guarda mai di sotto. Vende banconi per il gelato ed ha una lucina verde/ rossa fuori dalla stanza che mi ricorda quella del dottor Thomas. Gliela invidio tantissimo quella lucina rossa, perché a volte vorrei poterla accendere anche io. Chissà cosa fa quando la luce comunica che non si può disturbare. Magari pensa a cosa farà la sua azienda nei prossimi 10 anni. Almeno io la vedo così.

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Si potrebbe continuare all’infinito, con tante altre storie e visioni di persone coraggiose, sognatrici umane. E chissà che non sia un’idea, questa dei ritratti.

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I 10 pezzi più significativi del 2017 (playlist + bonus track)

Al posto della solita lista (inutile) dei buoni propositi, questa volta vi propongo un decalogo dei 10 pezzi più significativi che ho scritto nel 2017, su diverse testate. Non necessariamente i migliori, ma quelli che, per motivi diversi, mi hanno arricchito di più. Buona lettura.

La passione per il calcio e quella per le biciclette in una chiacchierata con l’autore di “Jack Frusciante”.

Furore e lealtà sono due concetti pregnanti della vita e della letteratura di Enrico Brizzi. Li ritrovi in un libro come Bastogne, nelle gesta sportive degli eroi calcistici raccontati in L’inattesa piega degli eventi o Il meraviglioso giuoco, nei personaggi come Alex e Martino di Jack Frusciante è uscito dal gruppo e ancora nel filone dedicato al ciclismo. Furore e lealtà sono due valori fondamentali del tifo, dello spirito della curva, quella curva del Bologna che Enrico – oggi arrivato a oltre 20 libri pubblicati – difende a e non rinnega. Di furore e lealtà, infine, è il titolo della biografia che ha scritto per Vincenzo Nibali, un campione che «si sorprende ancora quando lo fermano per un autografo».

Enrico Brizzi, palloni e pedali

Un racconto dedicato a mio padre, scritto per il progetto di storytelling “Dedicato, filiera 100% Puglia”, per Pasta Granoro.

Mio padre era quello che un tempo si soleva definire “una persona di compagnia”. Già, che fine ha fatto questa definizione? Non si usa più, l’hanno sostituita con parole vuote e prive di significato, ma il suo sorriso era qualcosa di unico. Mio padre, quando sorrideva, approvava la vita degli altri.

Era spesso attraversato da un perenne, a volte insensato, buonumore, e una mattina mi disse di preparare la cartella, perché andavamo a prendere il treno. Non avevo idea di cosa mettere in quella cartella, infilai in fretta e furia i colori a spirito, due matite, i fogli Fabriano A4, una mela, il Billy e un libro che se non ricordo male doveva essere “La Storia Infinita”, ma soltanto perché mio padre e mia madre mi avevano trasmesso l’abitudine di portare sempre un libro con me.

I padri non sanno piangere 

Socializzazione forzata, privacy ridotta al minimo e scarsa concentrazione: forse è arrivato il momento di ripensare all’organizzazione degli uffici.

Operai con lo zaino in spalla”. È la definizione che le ha dato la futurologa Nicola Millard, esperta di dati, analisi e tecnologie emergenti, per parlare dei lavoratori in relazione al luogo di lavoro. Sono quelli che si porteranno il lavoro sempre dietro, armati di smartphone, tablet, laptop e cavi di tutti i tipi. Quelli abili a trovare l’habitat di lavoro ideale in un coworking, in un treno, o quelli che oggi vengono definiti “coffices”, una via di mezzo tra un bar e un ufficio.

C’è una spiegazione alla radice di questa convinzione ed è nella teoria della stessa Millard, che in un intervento al New Scientist Live di Londra ha ribadito che “gli uffici open space sono un modello che non si adatta a nessuno”. I lavoratori a stretto contatto tra di loro, secondo la futurologa, si bloccano, come se fossero intrappolati in un ascensore.

Ma ci piace davvero lavorare in un open space?

Storia del post sulla Valle d’Itria diventato virale a sua insaputa

Care e cari social media manager e simili, è ora di aggiornare le vostre slide. Questo che vi offro è uno spunto senza troppe pretese, nemmeno quella di prendersi troppo sul serio, ma che può far riflettere sui concetti di “viralità” e “storytelling“.

Breve ma significativa lezione di Storytelling non prevista

Umberto Contarello ha sceneggiato La grande bellezza e This Must be the Place, interista, è affascinato dal calcio e dalla difficoltà di riprodurlo sul grande schermo.

Ci fermiamo a parlare di calcio, anzi di “pallone”, Umberto Contarello e io, e non mi sembra vero poterlo fare con un premio Oscar. Con l’uomo che ha firmato alcune splendide sceneggiature, capolavori come This must be the placeLa grande bellezzaThe Young Pope. Resto assorto, affascinato dai suoi aggettivi, dalle parole che stilla come gocce preziose. Sempre cercate, volute, come nei dialoghi dei film scritti con Sorrentino. «È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili», è una delle mie frasi preferite. Lui non si cita, ma approva il tempismo di chi sa farlo al momento opportuno. Perché la bravura e il talento sono temi a lui cari, doti sublimi e pericolose al tempo stesso.

Il talento di non pensare il pallone

In un’epoca in cui le competenze sono sempre più livellate, è l’amore verso i progetti a fare la differenza

Al diavolo il calendario editoriale: il pezzo sul lavorare per amore sarebbe dovuto uscire ieri, festa degli innamorati. Invece ho trovato il tempo per scriverlo oggi, giorno della festa dei cornuti. Magari è un segnale, penso che mi farò un paio di domande. E sì, perché ad amare troppo il proprio mestiere si finisce, certe volte, per prendere sonore batoste, perché si vive il tutto in maniera molto meno distaccata, ma l’amore è così, prendere o lasciare. E noi (sì, parlo proprio a te) siamo gente di sentimento. Il calendario mi fa un brutto scherzo e mi ricorda che proprio un anno fa lasciavo il mio lavoro, e quindi il mio stipendio, da dipendente per dedicarmi alla libera professione. Sui pro e sui contro ho già scritto un pezzo qualche settimana fa, per cui non ci torno. È bene, invece, tornare sul tema dell’amore.

Non c’è storia, senza amore

Pezzo di storytelling dedicato a Castelluccio di Norcia, per il progetto #RinascitaCastelluccio (featuring Perugina)

Da piccolo non mangiavo lenticchie. Il motivo è molto semplice: ero un figlio viziato che concedeva poche eccezioni alle proprie regole, e poiché avevo deliberatamente deciso che i legumi non mi piacevano, scelsi di venire incontro ai miei genitori dichiarando che sarei stato disposto ad accettare i ceci. E nient’altro.

 Una piana promessa 

Sei firme indagano, tra passato e futuro, sul significato di un’estate mondiale senza Italia, e sulle sue ripercussioni emotive, più che sportive.

Se oggi ricordo nitidamente cosa accadde il giorno in cui ho baciato per la prima volta una ragazza, lo devo a Roberto Baggio e a Beppe Signori. Ci sono loro, in un piccolo televisore Grundig di inizio anni ’80, che si abbracciano, inginocchiati sull’erba di Boston. Mondiali 1994. «Vieni qua Bepi», dice Roberto dopo aver saltato Zubizzarreta e aver mandato mandato in estasi noi ragazzini. Poi il mio sguardo che incrocia il suo. Farei fatica a ricordare l’anno, ma per fortuna le estati non sono tutte uguali. Ci sono quelle vuote degli anni dispari, e poi, per fortuna, quelle dei Mondiali. Come le notti del 1990, con mia madre che preparava la focaccia col sale grosso e mio padre che invitava i suoi amici, autorevoli dissertatori di pallone ai miei occhi, a casa. Io, al mio primo grande appuntamento sportivo, ho dieci anni e un quadernetto in cui colleziono ritagli di giornale e i risultati delle squadre divise per girone. Mia madre ha uno sguardo amorevole, mi ricorda quando battevo i coperchi delle pentole nel 1982. Ma avevo solo 3 anni e non mi fregio di aver vinto quel Mondiale. Ho dato l’orale della maturità il giorno dopo Francia-Italia del 1998.

Senza Mondiale

Un racconto sull’importanza della pausa e dell’intervallo (progetto promosso dal brand Euro Company)

Correvo per arrivare in tempo al suono della campanella, a scuola. Corro ancora per prendere il tram o per non perdere la metro, come se ogni treno fosse un’occasione irripetibile. Sono cresciuto con questa assurda concezione che i treni non ripassano più, deve essere stata colpa della mia formazione cinematografica. Invece nella realtà ogni volta che vado in stazione mi accorgo che i treni non solo ripassano, ma sono persino banali, ripetitivi, frequenti. E partono ogni giorno alla stessa ora, a volte persino sullo stesso binario, arrivando sempre negli stessi posti. Per cui credo proprio che stavolta posso fermarmi, senza dover rendere conto a nessuno.
La mia pausa ha il sapore di un’estate a mare. E sembra scontato, eppure negli ultimi anni ero sempre andato in giro per il mondo, varcando l’oceano e ritrovandomi puntualmente ad affrontare un nuovo inverno. L’inverno più freddo della mia vita è stata un’estate a San Francisco, diceva Mark Twain. Ma quanto erano dolci certi inverni, vissuti a cuor leggero e senza dolori. Questa estate, invece, ha di nuovo l’odore vintage dell’abbronzante al cocco, ricorda l’asfalto bollente e le urla dei bambini che giocano a pallone sul bagnasciuga. Quanto mi è mancato quel rumore.

Piccolo intervallo di felicità

Local SEO e Local Storytelling: come cambia il marketing sul territorio

Produrre semplici contenuti e diffonderli online con un blog o attraverso i canali social non significa fare content marketing, né tanto meno storytelling. Possiamo parlare di marketing dei contenuti quando ogni elemento utilizzato (testi, immagini, video) prende forma in funzione di obiettivi precisi e rispetta linee guida che sono il frutto di un’analisi. Facile dedurre che per fare marketing a livello locale questa strategia diventa ancora più serrata, legata ad abitudini, modi di dire, cultura del luogo, conoscenza. Non si tratta quindi di “scrivere bene”, ma di produrre quei contenuti che ci aiuteranno a raggiungere l’obiettivo desiderato.

Il mercato è liquido, i consumatori sono abituati molto più dei brand e delle aziende a muoversi tra molteplici canali digitali e piattaforme differenti. Il marketing multi-canale consiste nell’elaborare una strategia capace di muoversi attraverso piú media con una logica integrata e coordinata, un accorto presidio di tutti i canali in cui sono presenti i propri clienti, un maggiore supporto verso i media prescelti dal proprio target, un’interazione più frequente e calibrata nelle modalità in cui gli utenti sono più a loro agio.

Local Marketing, come si crea una strategia locale 

Bonus track

Elogio di un’estate –> Nodini di mozzarella summer 

Leggere aiuta a scrivere –> La missione dell’autore 

Il mio amore per Youri Djorkaeff –> Vent’anni fa è una frase a colori 

Cambiano le regole, cambiano i difensori –> Le regole della difesa

La passione “brucia” –> Tifosi e professionisti ai tempi dei social

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Breve ma significativa lezione di storytelling non prevista

Care e cari social media manager e simili, è ora di aggiornare le vostre slide. Questo che vi offro è uno spunto senza troppe pretese, nemmeno quella di prendersi troppo sul serio, ma che può far riflettere sui concetti di “viralità” e “storytelling“.

Il fatto

Una settimana fa il mio amico (e socio) Marco Napoletano mi invita a cenare a Ceglie Messapica, in Valle d’Itria. Ora, premesso che io non ero mai stato a Ceglie Messapica, e me ne vergogno, sono rimasto colpito da diversi elementi del paese che non starò qui a ripetere, perché questo non è un post su come diventare bravi narratori, ma sui risultati ottenuti da un post su Facebook. Succede che mangiamo di tutto (l’elenco è nel post, non fatemelo ripetere che sennò digerisco dopodomani), beviamo un vino della casa e andando via decido di scattare una foto rivedibile con il mio smartphone. “Rivedibile” è un termine più che onesto, considerata la mia scarsa vena fotografica e la mia distanza qualitativa (e pure quantitativa) dagli instagramer seri.

Il post

Non scrivo un post subito. Metto lo smartphone in tasca. La fretta è nemica dello storytelling. Quello che si può fare di fretta è inserire una didascalia copiata o un aforisma di Oscar Wilde. Al massimo una frase di una canzone di Jovanotti. O un “We are in Puglia” che funziona sempre; ma un po’ per pigrizia, un po’ perché non c’era campo, scelgo di rimandare. Una volta ho guardato un video (o forse era una newsletter, ma comunque interessantissima) di Robin Good, mio maestro e punto di riferimento, che diceva: “Vuoi scrivere qualcosa? Pensaci. Vai a farti un riposino. Fai lavorare il Google che c’è nella tua testa durante il sonno. Poi mettiti a scrivere“. Diceva più o meno così.

Infatti sono andato a dormire e la mattina dopo mi sono svegliato con quel post nella testa. Poi vabbè, i post o li prendi nel momento giusto o se ne vanno. Per fortuna non avevo troppi pensieri ed ho iniziato a scrivere.

Ispirazione o culo?

Entrambi. Certamente. Ma nessuno dei due fa statistica, o ROI, per cui non ne faremo menzione. Piuttosto diremo che c’è un elemento, all’interno del post che è un pilastro dello storytelling. Il dettaglio, attorno al quale ruota tutta la storia. Che poi il dettaglio diventi automaticamente tormentone non è detto. Il dettaglio di questo post è il concetto dei “20 minuti“. Non ci ho pensato molto, non è stato nulla di costruito. Ma guardandolo con il senno di poi devo ammettere che quello è il fattore vincente di una storia scritta con un grande spontaneità e zero pretese.

Venti minuti come il tempo che ci vuole ad arrivare da un qualunque punto della Valle d’Itria alla destinazione che sceglierete. Vi diranno sempre così, poi il tempo si allunga, si sospende, ma è colpa vostra se non trovate una Masseria o una contrada. Ci volevano comunque 20 minuti. Attorno al dettaglio ruota la narrazione. Ci sono descrizioni di pancia e cuore, c’è la comunità che si stringe su un concetto, c’è una posizione chiara: ok We are in Puglia, ma fateci anche perdere.

Inchiostro di Puglia

Qualche anno fa ho scritto un racconto per il bestseller “Inchiostro di Puglia”. Era dedicato a Peschici, il mio posto nel mondo (altro che polemica contro il Gargano) e lo potete leggere qui. Nel frattempo la pagina è cresciuta molto e Michele spesso condivide alcuni miei post in linea con il piano editoriale. Né io, né lui potevamo pensare che questo sulla Valle d’Itria avrebbe potuto coinvolgere mezzo milione di persone. Ecco una schermata dei risultati, gentilmente fornita proprio da Michele.

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Ambassador o Influencer?

Nessuno dei due, ma per qualche giorno mi ha fatto piacere sentirmi dire “grazie, come hai descritto bene la mia terra“. Io so che non è vero, che si poteva descrivere (e soprattutto fotografare) molto meglio. Ma questo è il bello dei post che diventano virali. Sono imperfetti, e devono la loro forza al dettaglio. I famosi 20 minuti con cui il post si apre, si sviluppa e si chiude. Ecco, se dovete prendere una “moneta d’oro” (la frase da ricordare e, siccome sono altruista, da riciclare) da questo post, magari per qualche ora di formazione sullo storytelling, direi di prendere questa: “Il dettaglio deve essere in cima, chiaro, evidente. Poi deve essere sviscerato. Infine deve presentarsi in chiusura come la Z di Zorro. Allora sì, avremo buone possibilità di arrivare a destinazione. Sia essa la pancia o il cuore dell’utente lettore“.

Sono diventato ricco?

Certo che no. E nemmeno famoso. Stranamente non mi hanno chiamato né a fare l’ambassador della Valle d’Itria, né (cosa ben più grave) una casa editrice mi ha commissionato un romanzo. Peggio per loro. La verità è che a parte la “l’assurda convinzione che un mi piace può aiutare” (sì, cito Rovazzi, è pop), esiste un ROI anche per un post come questo. Secondo alcune aziende dovreste assegnare un punteggio di 0,40 euro a ogni like, 1 euro a condivisione, 2 euro a commento. Fate i calcoli. Purtroppo nessuno mi ha bonificato questi 5000 euro, ma resto del parere che, con il senno di poi, ho imparato qualcosa di utile. Certamente non basterà ripetere la ricetta del dettaglio, il successo di un post è dato anche dalla community che si crea intorno ad un post. Per esempio mi ha fatto molto piacere che il gruppo Igers Valle d’Itria, nonostante la mia velatissima frustrazione nei confronti di Instagram (è invidia, giuro che invidia) abbia donato al mio post una foto molto più bella. Alla fine, vince sempre chi collabora. Potevano mandarmi a quel paese, invece hanno reso migliore il mio post.

Igers Valle d'Itria

In questa estate scassata, fatta di dolori e tentativi di risalire dal fondo, mi sembra più che sufficiente, avere tanto da raccontare. Lo storytelling ci salverà, purché continui ad essere sincero, umano e spontaneo. Con qualche trucco del mestiere, quello sì. Altrimenti, come dice Andrea Fontana, altro mio guru, in questa frase meno accademico del solito, “è scrittura creativa del cazzo, Cristiano“.

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I trasferimenti più costosi della storia del calcio

“Voglio andare via da Torino, perché mi manca il mare”. Pare che disse così la moglie di Zinedine Zidane, prima di trasferirsi insieme al marito. A Madrid, dove per la fredda cronaca vivono ancora. L’avvocato fece capire a chiare lettere che a quella offerta non si poteva rinunciare, e con l’eleganza che lo contraddistingue disse che “Zizou è più utile che bello”. Fu così che la Juventus incassò circa 74 milioni, soldi che reinvestì per comprare il suo attuale capitano, Buffon, e un campione diventato nel frattempo un dirigente di punta: Pavel Nedved.

Kakà è un brasiliano atipico. Non ha mai sofferto particolarmente di saudage, ma ad un certo punto ha deciso di andare via. Sembrava tutto fatto per il suo trasferimento al City, quando con un colpo a sorpresa Galliani lo fece affacciare sul balcone della sede del Milan per fargli giurare amore eterno ai tifosi che gridavano “Non si vende Kakà”. Quel giuramento durò sei mesi, il tempo di accettare l’offerta di 65 milioni del Real Madrid, dove Kakà non si sarebbe mai integrato. Si narra che addirittura José Mourinho approfittò della nascita di sua figlia per concedergli due giorni di permesso per volare in Brasile e non schierarlo in un Clàsico di Champions contro il Barcellona.

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Tra i trasferimenti più costosi della storia del calcio ci sono due colpi dell’Inter di Moratti. Due giocatori che in realtà giocarono pochissimo assieme, e vinsero nulla. Ma aver visto duettare Ronaldo e Vieri è certamente un privilegio di chi frequentava gli spalti di San Siro all’epoca. Purtroppo per i tifosi nerazzurri le cose non andarono come si sperava, e dopo la delusione del 5 maggio 2002 il brasiliano chiese di essere ceduto per divergenze con Cuper. Sul piatto c’era l’offerta del Real Madrid, che si assicurò il capocannoniere dei Mondiali.

Fonte: 888sport

In pochi anno provato a quantificare quanto varrebbero oggi i trasferimenti più ricchi del passato: nel 1893 ad esempio Willie Groves, calciatore scozzese, passò dal West Bromwich Albion all’Aston Villa per 100 sterline. Oggi varrebbe circa 11 mila euro. E che dire di Suarez che fu pagato dall’Inter soltanto 176.ooo euro (per noi, oggi, 5 milioni)? Altri tempi, eppure un centrocampista come Luisito potrebbe valere sul mercato attuale tra i 40 e i 50 milioni, ovvero la metà dei soldi sborsati dal Manchester nelle casse della Juventus che il 3 giugno si giocherà la finale di Champions League. Forse è questo il dato più eclatante: tra le squadre che hanno ceduto (due su dieci  tra i trasferimenti record sono della Juve), i bianconeri sono certamente quelli che hanno re-investito meglio.

Scopri quali sono i 10 trasferimenti più costosi della storia del calcio nell’infografica dinamica di 888sport.

 

 

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Local Marketing, strategie per promuovere e vendere sul territorio (VIDEO)

Stamattina alle 11.30 ho presentato in diretta, sul mio profilo Facebook, il mio ultimo libro, Local Marketing (Hoepli), scritto assieme a Francesco Antonacci di Socialware. Vi consiglio la visione del video perché spiego, in pochi minuti, a chi è dedicato questo libro, cosa si può fare di bello (ed efficace) con il Local Marketing, spiegando alcune storie che ho approfondito in questo post e raccontando come nasce l’idea di scrivere un libro insieme ad un amico!

Buona visione! Aspetto i vostri commenti/ sensazioni

⬇️ Qui il link per acquistare il libro su Amazon ⬇️

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Local Marketing: 7 storie che non puoi non conoscere

Il Local marketing, il (piacevole) paradosso della Internet economy

Parlare “locale” significa distinguere la propria offerta, renderla unica e inimitabile, fidelizzare i clienti. Ho appena consegnato ad Hoepli il libro Local Marketing, scritto insieme a Francesco Antonacci, uno che di seo se ne intende davvero. Abbiamo messo insieme le forze per approfondire l’argomento attraverso due punti di vista differenti: quello di chi ogni giorno mangia pane, seo e kpi, e quello di chi predilige un approccio focalizzato sul content marketing e sullo storytelling. Uno dei paradossi più grandi dell’Internet economy è che, nonostante abbiamo la possibilità di entrare in contatto istantaneamente con persone e aziende dell’altra parte del pianeta, tutto improvvisamente sta diventando più vicino. In questo post analizzo alcune case study di local marketing che troverete, in maniera ancora più approfondita all’interno del libro. Esistono tante attività sul web che hanno ottenuto risultati importanti grazie alle loro azioni di local marketing: parliamo per lo più di negozi o strutture ricettive, ma anche locali. Si tratta di realtà che già godevano di credito pubblico – e che l’hanno consolidato e amplificato con l’avvento della rete e dei social – oppure di nuove iniziative imprenditoriali che hanno iniziato da zero e puntato tutto su strategie e strumenti di local marketing. Quando parliamo di grandi risultati non ci riferiamo necessariamente a milioni di euro di fatturato perché, lo ricordiamo ancora una volta, i risultati devono essere commisurati ai target e all’ambito territoriale in cui un’attività local si trova.

Oggi vi racconto di alcuni punti vendita diventati veri e propri cult: sono must del proprio settore di riferimento, luoghi dove l’offerta commerciale si coniuga con quella esperienziale e permette al cliente/visitatore di diventare ambasciatore di quel brand, raccontando a sua volta una storia. Non è forse questo lo storytelling? E come si crea? Possiamo contraddire tranquillamente coloro che affermano che lo storytelling non sia un’attività creata a tavolino: non funziona se il prodotto e l’idea alla base non sono buoni, se il customer care sui social si rivela poi un’esperienza contrastante rispetto a quella offline o se la unique selling proposition (USP) è confusa. In questi casi, la narrazione diventerebbe superflua.

Qui puoi scaricare gratis il primo capitolo di Local Marketing!

Dai case study che ho analizzato e che vi presento in questo post emerge che non c’è local marketing senza una reale e indimenticabile esperienza all’interno del punto vendita. Racconterò, per esempio, perché il Sziget si è trasformato da festival degli studenti ungheresi a uno degli eventi musicali più importanti del mondo, grazie ai social. Vedremo perché Carbonelli, una storica torrefazione di caffè di una frazione di Napoli che segue un sistema di produzione davvero tradizionale, adesso usa l’online il principale canale di vendita. Oppure perché il panino di Pescaria è uno dei tanti panini gourmet al pesce, ma la gente fa ore di fila per poterlo addentare. E ancora perché una piccola libreria di Parigi è considerata la più bella del mondo e come mai la piadina romagnola è buonissima, ma quella preparata dalla Lella è un must.

Sziget, un festival all’avanguardia: la Woodstock del Danubio compie 25 anni

Il Sziget Festival che si tiene sulla Óbudai-sziget (“isola della vecchia Buda”) a Budapest ha vinto nel 2011 e nel 2014 il premio “Best Major Festival of Europe”. Sia nel 2015 sia nel 2016 il festival ha superato il record di vendita fissato l’anno precedente. Nel 2016 il numero di visitatori totali della settimana è stato di quasi 500.000 persone provenienti da oltre 100 nazioni diverse. Si tratta degli ultimi passi di una escalation lunga 25 anni. Nel 1993 Károly Gerendai e Péter Müller hanno dato vita a un festival rivolto agli studenti ungheresi sull’isola a pochi km dal centro di Budapest. Senza dubbio quando i due organizzatori, poco più che ventenni, immaginarono una serie di concerti che rievocassero l’idea di una sorta di Woodstock sul Danubio, non si spinsero a pensare che l’esperienza appena iniziata sarebbe poi diventata il loro lavoro (e solo uno dei tanti festival prodotti dalla società Sziget Kulturális Menedzser Iroda Kft negli anni seguenti).

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Il Sziget Festival è attualmente una delle manifestazioni più imponenti sia in termini di visitatori che per quantità di spettacoli offerti. Si contano oltre 1.500 eventi in una settimana suddivisi su circa 60 palchi piccoli, medi e grandi. L’area del Main Stage può ospitare fino a 90.000 spettatori.Il brand Sziget si è affermato in Italia in maniera definitiva nel 2008, quando Facebook ha permesso l’utilizzo di Internet in maniera sociale. Fino al quel momento le comunicazioni principali avvenivano tramite newsletter, ma i dati dei destinatari non erano agevoli da reperire ed era un’operazione costosa. Lo sviluppo di Facebook ADS, ha dato una spinta imprevedibile e inattesa alla divulgazione del brand. Si è passati da poco più di 200 visite giornaliere sul sito web italiano, a oltre 700. I costi sono stati assolutamente contenuti e l’efficacia delle inserzioni, a fronte di una spesa irrisoria, ha liberato risorse da investire in attività meglio strutturate e più di impatto sul territorio. Il costo di 0,01 centesimi per clic è stato sufficiente a generare anche 700 clic sul link in un solo giorno. I pubblicitari hanno forse trovato il loro Eldorado: una opportunità per i piú giovani da sempre pronti ad assimilare le novità.

Nel giro di pochi anni, la città di Budapest – forte del richiamo prodotto da parte di una manifestazione giovanile di cosí grande impatto – è diventata una delle mete turistiche più richieste d’Europa. Le visite di ritorno, anche nel periodo invernale, hanno dato vita a un vero e proprio Rinascimento della capitale magiara. Il Sziget Festival è l’esempio di un evento, anzi di tanti eventi in uno, che ha saputo sfruttare le nuove dinamiche comunicative e trasformare il local in glocal. Il Sziget ha creato un grande indotto, il local nel local, perché tante altre attività hanno sfruttato Airbnb, Booking, TripAdvisor sulla scia del grande richiamo di branding del festival.

Ti interessa la case study di Sziget? Puoi approfondire nel nostro libro, Local Marketing!

Pescaria, dove Milano non è Milano

Si fa fatica a definire Pescaria, perché non è un ristorante e nemmeno un bar. La velocità con la quale vengono preparati i panini proposti farebbe pensare più a un fast food, ma una volta assaggiatone uno dimenticherete questa parola. Pescaria è un’esperienza e poterla raccontare è uno dei motivi che spinge i clienti a mettersi in fila. Nata da un’idea dell’agenzia Brainpull di Conversano (Bari) e da un’intuizione di Domingo Iudice, Pescaria ha creato il suo primo punto vendita a Polignano. Il suo core business sono i panini con il pesce: polpo, tartare di tonno, salmone. Con il passare del tempo sono stati introdotti anche primi piatti, fritture e molto altro. Il primo negozio è stato aperto aPolignano a Mare e già questa è una storia. Nel paese di Domenico Modugno, uno dei più suggestivi della Puglia, vale la pena mettersi in coda per un’oretta abbondante. Le ricette, a cura dello chef Lucio Mele, non sono totalmente native. L’originale panino con il polpo, per esempio, è condito solo con olio e limone. Da Pescaria, invece, la ricetta prevede un’impanatura, la ricotta, il pepe in grani, la burrata. Si tratta di ingredienti pugliesi selezionati. Questa novità ha fatto storcere il naso a qualcuno, ma ha permesso al locale di crearsi un proprio segmento di mercato proprio con Ia vendita di panini gourmet con ingredienti esclusivamente made in Puglia. La brand identiity del locale è notevole: il logo ben riconoscibile appare sui menu, sui bicchieri, sulle tovaglie, sulle magliette e sulle felpe del personale.

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Personale cortese e educato a raccontare, cosa che non è mai scontata in un punto vendita che serve 100 panini all’ora. L’aspetto dei piatti ha permesso a chi gestisce i social di lavorare molto sul visual. Il profilo Instagram, con quasi 35 mila fan nel momento in cui scrivo, e un engagement di piú di 2000 like a foto, è certamente uno degli strumenti di comunicazione preferiti dal fast food di pesce di qualità, dove viene anche proposto il panino del giorno. Il locale ha lavorato tantissimo con l’aspetto visual del cibo, ma ovviamente ha calcato la mano sulla bellezza di Polignano a Mare grazie a scatti ambientati nella cittadina e pubblicati su Facebook, oltre che mini-video che hanno raggiunto piú di 10.000 Like! Grazie al grande successo, Pescaria apre una sede piú grande, sempre nella città di Modugno e progetta un’apertura in una grande città. Sul web iniziano a circolare delle storie come quella pubblicata dal sito Manjoo.it. La storia si chiama Polignano e Lei (l’ho scritta io!), è spontanea e vale molto di più di una recensione. Perché è una storia appunto. Il locale decide di farla illustrare e la espone all’interno del ristorante. Ed ecco che una narrazione su un blog diventa passaparola, illustrazione, e infine un quadro da leggere mentre si attende il panino, seduto al tavolo.

Questa commistione tra online e offline è certamente alla base del successo di un locale che nell’estate del 2016 ha aperto anche a Milano dimostrando che il local marketing si può fare, dopo aver costruito una solida base di utenti e una community fedele, anche lontano dal luogo d’origine, anche in una città lontana dal mare e che gli stereotipi dipingono come fredda e “imbruttita”. In realtà si tratta di una città particolarmente incline al buon gusto, sensibile alle tradizioni culinarie di altri luoghi dell’Italia e soprattutto una città con una vastissima community, o chiamiamola pure comunità, di pugliesi che sono diventati i primi ambasciatori di Pescaria. Il resto lo fanno i social: una pagina Facebook local con quasi 100.000 like nel momento in cui scriviamo, dove il video marketing è realizzato a livelli molto alti e nella quale lo chef Lucio Mele diventa un esempio virtuoso di personal branding. Pur avendo il sito web ancora in costruzione (www.pescaria.it), è presente una gestione dei social network e delle pubbliche relazioni davvero attiva ed efficace. Tanto che questa attività ha attirato l’attenzione di testate nazionali e internazionali, da Vanity Fair a Elle passando per Il milanese imbruttito. Non ci stupirebbe se quella di Milano fosse solo la prima tappa di un brand che potenzialmente potrebbe arrivare anche fuori dall’Italia. E allora altro che Local Marketing.

Hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?

In Romagna, si sa, “paese che vai, piadina che trovi”, ma l’eccellenza ha un nome ben preciso, ed è quello di Lella. La sua storia comincia nel 1986 in una piccola bottega a Bellariva (una frazione fra Rimini e Riccione) e si nutre dell’animo rivoluzionario di Lella e della sua voglia di innovare una tradizione antica e contadina. Prima di Lella le “piadinare” erano tendenzialmente donne anziane, la piada si faceva in casa e il famoso cassone pomodoro e mozzarella (il rosso per i romagnoli), era fatto con mozzarella a fettine e pomodoro. Quando Lella, che per tutti è la Lella, ha aperto aveva poco piú di trentacinque anni e una figlia undicenne, Marina. È una storia fatta di donne, quella della Lella, che ora conta tre punti vendita a Rimini e uno a New York. La brand identity la precede: “l’esercito delle Lelle”, tutte con il loro cappellino di paglia a fiori (stagionali e pronti a cambiare con l’arrivo dell’estate e del Natale) e tutte robuste, composto da donne dal vero piglio romagnolo. Un mix irresistibile fra l’accudimento di una nonna che non vede l’ora di prepararvi la merenda e la risoluta rudezza di chi si è fatto da solo, che è sempre impegnato e ha poco tempo da perdere in chiacchere. Il core della strategia di local marketing è la piada, declinata in tutti i modi possibili: farcita aperta, farcita chiusa (i famosi cassoni), a rotolo e anche dolce, con i fichi caramellati e lo squacquerone come la tradizione vuole.

Anche il logo della Lella la dice lunga: una signora abbondante, dalle braccia vigorose e il sedere grosso, con in mano un mattarello, e sotto la sua gonna la fila dei nipotini. La Lella è riuscita a creare a Rimini un vero e proprio circolo di persone che seguono le sue vicissitudini con affetto. Oseremmo dire che i riminesi vogliono bene alla Lella tanto quanto gli inglesi ai reali di Inghilterra. Il marketing non poteva che seguire e assecondare questa situazione: i social della Lella non mostrano continuamente piadine e cassoni, ma vita quotidiana, traguardi personali e aspirazioni, il tutto misto a un romanticismo di fondo che è nell’animo delle donne, le donne della Lella. Le file dalla Lella sono sempre lunghissime, soprattutto in estate. Eppure vale sempre la pena attendere per quel cestino di vimini con la carta gialla, un tovagliolino, e la piada. Pochi fronzoli, la materia presentata nella sua forma più autentica e un momento, una battuta quando si va a ritirare il proprio ordine, che è solo vostro. Non c’è local marketing senza una reale indimenticabile esperienza dentro al punto vendita, si diceva all’inizio del capitolo, e se volete scoprire la Romagna autentica, quella femminile e ruspante, la piadineria della Lella è il posto da cui cominciare.

Nessuno ha dubbi sul fatto che la Lella sia l’espressione della cultura contadina, del fatto che sia lei stessa a occuparsi della scelta delle farine migliori per gli impasti e a scegliere le erbe con i produttori che, dopo tanti anni, sono diventati suoi amici. Nessuno ha dubbi perché i prodotti utilizzati rappresentano l’eccellenza del territorio, si sentono e si riconoscono. Nessuno ha dubbi perché in campagna, in un pomeriggio di agosto, potrebbe capitarvi di incontrarla davvero, la Lella.

Thanks to Veronica Frison

 

TUTTI I SEGRETI DELLA LOCAL SEO NEL LIBRO LOCAL MARKETING DI FRANCESCO ANTONACCI E CRISTIANO CARRIERO. ORDINALO SUBITO!

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La Chocolatería San Ginés

A Madrid, invece, troviamo un locale dove il verde delle pareti fa contrasto con il marmo del bancone e dei tavoli. È grande, su due piani, e ricorda subito i bar della fine del XIX secolo. Si tratta di una cioccolateria con un salone principale e un piano interrato, più numerosi tavolini fuori, che dal 1894 si trova a pochi passi dalla Puerta del Sol, in una piccola via molto caratteristica. Famosa per i churros con chocolate, dolci fritti tipici spagnoli accompagnati da una cioccolata calda in tazza, la Chocolatería San Ginés è un vero must di Madrid. Il locale è sempre pieno di madrileni e turisti che – quando non hanno letto le guide che lo consigliano assolutamente – sono comunque incuriositi dalle file lunghe, ma scorrevoli, che si creano fuori dall’ingresso. La cioccolateria è aperta 24 ore su 24 e tutti i giorni dell’anno: gli orari di punta sono durante la colazione e la merenda, ma è impossibile trovarla vuota. Da alcuni anni, è stato attivato il negozio online che vende tazze con il marchio San Ginés e il pacchetto con il genuino e squisito preparato per fare la cioccolata in tazza a casa.

Alla Chocolatería San Ginés piace avere feedback dai clienti e dai fan di tutto il mondo. Per questo motivo ha investito tanto su una strategia di social media marketing e creato i propri profili sui principali social network come Facebook, Twitter e Instagram. È indubbia la popolarità della cioccolateria, dimostrata da numeri importanti: quasi 17mila “Mi piace”, piú di 62mila persone che sono state lí e si sono taggate su Facebook, quasi 7mila follower su Twitter; 4mila post con hashtag #chocolateriasangines su Instagram. La pagina Google My Business è curata nei minimi dettagli: si nota subito dalle informazioni date. Sono infatti complete di posizione, geolocalizzazione, numero di telefono, orario di apertura, collegamento al sito web e grafico riguardante gli orari popolari.

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Da un punto di vista SEO, è davvero interessante e dovrebbe essere un esempio per tutte quelle attività locali che si sono affacciate al mondo dell’online. Avere una pagina informativa di questo genere significa sfruttare al meglio il potenziale che il web può dare e trarne i migliori vantaggi. Grazie a questa scheda tecnica sia il cliente abituale sia il nuovo cliente hanno più delle informazioni che gli servono per decidere se vale la pena raggiungere la cioccolateria, per avere un piccolo anticipo di ciò che lo aspetta, per raggiungere il luogo. Ricordatevi che quando impostate una strategia SEO i motori di ricerca riconoscono il lavoro di ottimizzazione, posizionando tra le prime ricerche della SERP il luogo o l’attività più pertinente rispetto alle query digitale. Il team di local marketing della cioccolateria si è preso cura della pagina Google My Business in un’ottica local aggiungendo tutte quelle che sono le richieste per avere un profilo completo e ottimizzato: indirizzo, geolocalizzazione, orari, telefono, foto dei prodotti, dell’esterno e dell’interno del locale. Inoltre la scheda Google My Business è integrata da un grafico che monitora gli orari e i giorni con il maggior numero di visite al luogo, in modo tale che le persone possano regolarsi di conseguenza e scegliere il momento che preferiscono per godersi la gustosa esperienza madrilena. È ormai evidente – e l’ha ribadito anche Google – che i risultati local sono influenzati da tre fattori: pertinenza, distanza e prominenza. Più un luogo è comunicato bene, più ci sono speranze di comparire nei risultati local. Questo è un esempio evidente di una realtà che è riuscita a comprendere e approfittare delle enormi potenzialità del local marketing. Grazie all’unione di strategie online e offline, la cioccolateria è un business di tipo locale che ha implementato in maniera globale la sua visibilità online divenendo parte di un ecosistema locale.

 

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Ecommerce e Personal Branding: Caffè Carbonelli

La Torrefazione Caffè Carbonelli nasce nel 1981 a Melito di Napoli, a nord della città, proprio in una di quelle famigerate periferie protagoniste di libri, film e serie tv molto discusse in questi anni, scenario di tanti fatti di cronaca nera e situazioni sociali difficili, ma anche oggetto di alcuni luoghi comuni che bisognerebbe sfatare. È qui che Pietro Carbonelli decide di aprire la propria impresa, dopo un percorso che l’ha visto prima conoscitore, esperto e responsabile commerciale di caffè crudo per altre torrefazioni. Nonostante le difficoltà dell’ambiente sociale e la crisi economica che colpiva tutto il Paese, quando Pietro Carbonelli ha avviato la sua attività è riuscito a ritagliarsi una propria fetta di mercato locale, sia in periferia, sia in tutta la provincia di Napoli. Pietro e il suo primogenito Luigi, consapevoli di offrire un prodotto artigianale e di qualità superiore rispetto al mercato, hanno deciso di perseverare con determinazione la propria mission: vendere il migliore prodotto possibile, migliorato grazie ai consigli e alle critiche del cliente che, in questo modo, veniva valorizzato. All’inizio del nuovo millennio, il core business della torrefazione si è concentrato su un nuovo prodotto: il caffè monoporzione.

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Prima con la commercializzazione e successivamente con la produzione e il confezionamento di quelle che comunemente sono note come cialde e capsule di caffè, si è riusciti a vedere uno spiraglio in quella crisi che stava avvolgendo anche Caffè Carbonelli. Grazie alla lungimiranza di Luigi Carbonelli, che ha puntato fortemente su questi prodotti, in pochi anni, l’azienda di famiglia è ritornata a quell’equilibrio finanziario che aveva conosciuto nei primi quindici anni di attività. Un’altra svolta nella storia di questa attività si è verificata quando Luca Carbonelli, il più piccolo della famiglia, forte dei propri studi di comunicazione, ha deciso che era ora di guardare oltre e uscire dal contesto locale (investendo però sul local marketing!). Così, quasi per gioco, ma soprattutto per necessità, ha proposto di provare a vendere il prodotto online. Il primo box di cialde Caffè Carbonelli online su ebay.it, è stato venduto la sera del 2 luglio 2006: era l’inizio del rilancio per Caffè Carbonelli.

Da lì in poi, Luca ha cominciato il suo lavoro in azienda, ma soprattutto ha iniziato a concentrarsi su quelle che erano le potenzialità del digitale per le piccole e medie imprese. Il canale adatto per conquistare potenziali nuovi clienti è stato proprio il web. Luca ha, per prima cosa, raccontato la storia della famiglia, dell’azienda e dei prodotti ponendo l’accento sulla lavorazione artigianale delle miscele di Caffè Carbonelli. Tuttavia, non aveva la possibilità di far assaggiare il prodotto ai nuovi clienti prima dell’acquisto: da qui è nata la necessità di fare in modo che gli utenti atterrati sullo spazio online Carbonelli, trovassero un prodotto bello, e questo consiglio vale sia per la vetrina di un marketplace, sia per un sito istituzionale, passando per un blog, una pagina social o la propria piattaforma Ecommerce. La cura del packaging, la meticolosità delle descrizioni, lo storytelling che accompagna ogni pagina fanno quindi in modo che l’utente non entri solo in contatto con un prodotto, ma con un brand, come un visitatore accolto in una casa vera e propria. I Carbonelli hanno la fortuna di produrre un prodotto di largo e costante consumo: le visite ricorrenti e la cura dell’ambiente e del contesto in cui viene concluso l’acquisto fanno sì che il cliente ritorni e che si fidelizzi. Non solo al caffè, ma al brand. Di qui, l’idea del corporate blog Il Salotto del Caffè, uno spazio online dove si affrontano temi di attualità, dove tutti sono invitati a lasciare un contenuto.

Shakespeare and Company: il paradiso dei lettori

Una libreria indipendente, con testi totalmente in lingua inglese, che sorge sulle rive della Senna davanti a Notre-Dame, proprio nel cuore di Parigi: questa è la Shakespeare and Company che, dalla sua apertura nel 1951, è stata luogo di incontro per eccellenza per scrittori e lettori anglofoni, tanto da diventare ben presto una istituzione letteraria della capitale francese. La libreria è stata fondata dall’americano George Whitman e ha ospitato numerosi scrittori, artisti e intellettuali. Viene definita da molti come un luogo magico e suggestivo, un paradiso per gli amanti dei libri dove bisogna fare assolutamente tappa una volta nella vita. All’interno troverete un ambiente completamente atipico, pieno di scaffali colmi di libri. Tramite una piccola scala si accede al piano superiore, articolato in tante stanze diverse, dove troverete facilmente persone intente a leggere su sedie e divani. L’atmosfera di questo posto è veramente unica e i commessi sono considerati da tutti molto disponibili e gentili. Superata la porta d’ingresso, si è proiettati ovunque e in nessun luogo, e ci si ricorda di essere a Parigi solo guardando dalla finestra l’incantevole cattedrale di Notre Dame.

Ogni giorno la libreria ospita migliaia di persone, turisti e locali e, ogni mese, vengono organizzati molti eventi all’interno della libreria, momenti in cui scrittori e non solo hanno la possibilità di recensire il proprio libro e di parlare di temi letterari di ogni genere. Anche chi non partecipa in loco può esserci perché ogni evento viene linkato e postato sul sito web e sui social network, non solo comunicato tramite foto e articoli. Sul sito web sono disponibili le registrazioni dei discorsi degli ospiti. Shakespeare and Company possiede inoltre un proprio Ecommerce che vende libri nuovi e usati, oltre a diversi accessori da regalo con tanto di logo; la libreria ha anche un blog mensilmente aggiornato, ricco di articoli interessanti. Il negozio online è chiaro e facile da navigare. L’usabilità di un sito Ecommerce è un fattore importante in una strategia di web marketing, in quanto permette di aumentare la percentuale di conversione. Una volta inserito un libro al carrello, è un’esperienza stimolante quella di poterlo personalizzare gratuitamente con il timbro, una citazione o una spruzzata di profumo sulle pagine oppure, a un modico prezzo, con una poesia e una foto ricordo.

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La libreria è social a tutti gli effetti. Ha una pagina Facebook con più di 113mila Like, quasi tremila recensioni e 4,8 su 5 stelle; infine oltre 55mila persone si sono taggate presso il bookshop. Un vero successo, frutto di impegno e fatto di numerose attività che giorno dopo giorno riempiono la pagina della libreria sul piú utilizzato social network del mondo. Shakespeare and Company produce almeno un post al giorno con notizie, video, eventi e saluti per tenere aggiornati i follower; ogni post riceve svariati Like e diverse condivisioni. Su Twitter, la libreria aggiorna in tempo reale i suoi oltre 26mila follower e su Instagram attraverso le foto di libri, della location, del cafè e degli eventi cerca di coinvolgere i suoi oltre 20mila seguaci. Da un anno a questa parte è molto attivo anche il canale YouTube, in cui sono pubblicati i video interi degli eventi che hanno luogo al piano superiore della libreria. Molto interessante è l’utilizzo dell’applicazione Stitcher Radio for Podcast da parte della libreria. La radio permette infatti di ascoltare le trasmissioni preferite, comprese le registrazioni degli eventi, così gli amanti della Shakespeare and Company possono sentirle (o risentirle!) in qualsiasi momento.

Ancora una volta vediamo come la chiave del successo di un’attività locale sia l’unione tra online e offline. Shakespeare and Company è stata inaugurata poco più di sessant’anni fa e oggi è ovunque annoverata nella top ten delle cose da fare assolutamente a Parigi e nella top five dei luoghi da visitare se si amano i libri! Come ha fatto? Semplicemente, partendo da una buona brand awareness a livello locale, ha sfruttato tutti quelli che sono gli strumenti dell’online marketing. Questi ultimi hanno offerto visibilità alla libreria e le hanno dato la possibilità di instaurare un dialogo con tutti i clienti e i fan, generando così un processo di feedback che ha consentito all’azienda di conoscere l’orientamento e i reali bisogni dei clienti. Grazie agli strumenti di web marketing, oggi vengono scritti contenuti, organizzati eventi e attività ad hoc per il pubblico, che risponde talvolta sia off-site che on-site.

L’Ottico del web, Nico Caradonna

A Modugno, in provincia di Bari, ho scoperto qualche anno fa un caso di successo di local marketing. È la storia di un professionista nell’ambito dell’ottica. Parliamo di Nico Caradonna, nato nel reale e cresciuto nel digitale. Quando si sente parlare di lui o si legge il suo nome in rete, è facile farsi l’idea di un ragazzo che ha saputo credere nella realizzazione di un sogno. Nico infatti ha saputo farsi strada nel web grazie alla sua faccia pulita e alla sua voglia di parlare della sua specialità: occhi, occhiali e visione. Non è un professionista improvvisato, ma un vero ottico ortottista qualificato che ha avuto un’intuizione geniale. Prima della sua ascesa infatti, tra i social network non esisteva un reale blog italiano che parlasse del mondo dell’ottica a 360°, dall’estetica alla tecnica, passando per la comunicazione. Nel 2014 arriva lui e imposta tutto sul personal branding, partendo dal blog otticodelweb.it. Il suo spazio virtuale porta il suo nome e la sua forza è tutta nello stile dei suoi contenuti, tant’è che ha costruito abbastanza velocemente una community di appassionati di occhiali. Giorno dopo giorno ha raccontato la sua storia, attraverso i suoi viaggi alla ricerca di innovazione, design e tecnologia, con l’obiettivo di aumentare il valore dei professionisti della visione. Il suo è stato uno storytelling fuori dalle righe perché ha unito due anime, quella dei colleghi ottici e quella delle persone comuni, grazie a un palinsesto vario, mai approssimativo, ricco di notizie utili. Oggi Nico è conosciuto come l’Ottico del Web e il suo principale merito è stato quello di passare dal local marketing per unire due realtà: quella virtuale e quella reale.

Infatti, Nico sapeva benissimo che il negozio di famiglia (in cui è nato, è cresciuto e si è formato), aveva bisogno di un occhio piú grande per farsi conoscere dal mondo. E quale strumento migliore se non il web? Ecco quindi che nella sua visione le due realtà si sono alimentate reciprocamente, perché l’autorevolezza derivante dal fatto essere a capo di un centro ottico molto affermato, Ottica Caradonna, è stata giustamente percepita come una garanzia di esperienza; di conseguenza, tutta la community creata in rete si è trasformata in potenziale clientela per il suo negozio. Quindi siamo di fronte alla più storica delle equazioni matematiche: il reale sta al local marketing come il virtuale sta al digital marketing. In questo momento, dopo tre anni di lavoro e sperimentazione, non c’è più differenza tra reale e virtuale, proprio come Nico sognava. Gli spazi reali di Ottica Caradonna e i vari profili social sono tutti perfettamente allineati, ognuno col suo specifico registro di comunicazione, ma tutti con gli stessi elementi di riconoscibilità.

Alla base del percorso di Nico Caradonna c’è una reale strategia che nel tempo si è modificata in base alle necessità. Conoscere i contenuti e gli strumenti per divulgare notizie online e offline non basta. Quello che crea empatia e legame col pubblico è lo storytelling che parte dal punto vendita e si estende nel social. Il suo è un appuntamento quotidiano, perché tutti i giorni parla alla sua community con una linea editoriale che non smette mai di chiedere aiuto alle emozioni: tra le doti di Nico c’è proprio la capacità di evocare i sentimenti, tutti quelli che fanno parte della nostra esistenza. La sua è un’alternanza di post, foto e da qualche tempo anche di video su temi interessanti che riguardano il mondo della vista. La rubrica YouTube dell’#Otticodelweb è un nuovo canale di divulgazione attraverso il quale Nico spiega (nelle vesti di ottico professionista), quelle tematiche che in genere siamo abituati a ricercare su Google, dalle lenti a contatto alle lenti progressive.

Conclusioni

Ti sono piaciuti questi esempi? Bene, ovviamente li troverai, ancora più approfonditi, nel mio libro Local Marketing, in uscita a fine marzo. Se vuoi ulteriormente approfondire aspetti più tecnici ti consiglio di dare un’occhiata a questo mio post su SEMrush che parla di come creare una strategia local, a questo articolo pubblicato da Francesco Antonacci su Socialware e ancora a questo post di Daniele Pignone dedicato a 6 trucchi per la tua strategia di Local Marketing. Non c’è ancora molta letteratura, almeno in Italia, sul tema. Ma ti prometto che io e Francesco ci stiamo lavorando. Per crearla. E per fortuna, come hai avuto modo di leggere, i casi virtuosi non mancano!

Il libro è già in prenotazione! (Uscirà il 31 marzo e lo troverai anche su questo blog!)

ps: a proposito di local marketing e branding, hai prenotato il tuo posto al Teatro Pergolesi per il Brand Festival? Ci vediamo a Jesi?

 

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