Uno dei miei luoghi comuni preferiti è la frase “non ci sono parole“. La uso spesso, a volte anche quando potrei sforzarmi a trovarle, quelle giuste. Un atto di pigrizia che un aspirante narratore, o presunto tale, non dovrebbe mai concedersi. Perchè le parole ci sono sempre. A volte sono nascoste, grezze, primordiali, ma sono lì, pronte ad essere usate. Le generazioni precedenti ce le hanno lasciate in dono. Tocca a noi lavorarci sopra, renderle fruibili, passionali, viscerali. Sono tornato da 24 ore da uno dei viaggi più belli della mia vita. Forse il più bello, sicuramente il più intenso e folle, dal momento che ho voluto affrontarlo da solo, per scelta. San Francisco è una città meravigliosa, eclettica, con una personalità disarmante. Genio e sregolatezza, Arte e maniera, Peace and Love. Ho consumato le strade della città a forza di camminarci sopra. Avanti e indietro da Market St. a Mission, passando per Powell, Geary e Lowell. Salite e discese, da Chinatown a Nob Hill. Sempre a testa alta, sempre pensando “Ho fatto la scelta giusta“. Eppure i primi due giorni ho avuto paura. Di aver buttato un’estate, intendo. Solo e con una felpa addosso, in un quartiere che sembrava ostile per la presenza degli homeless, i senza tetto. Poi ti ci abitui e capisci che è gente  tranquilla, buona, disposta a darti una mano e con un incredibile attaccamento alla bandiera americana.

Quello Stato non dà loro una casa nè un sistema sanitario, eppure gli homeless espongono, con orgoglio, la bandiera a stelle strisce sulla loro sedia a rotelle o sulle loro coperte di flanella. Perchè? La risposta sta nella parola Hope. Speranza. Gi americani credono sempre che le cose possano cambiare, che nessuna situazione sia irreversibile, e questa è la più grande lezione che ho imparato da questa gente. Con il passare dei giorni anche quel quartiere mi è sembrato più bello. Persino la nebbia, a San Francisco ha il suo fascino. Viene dalla Baia e tutte le mattine, come un sipario, tiene la città nascosta dietro una coltre. Poi arrivi in Downtown, nel cuore pulsante della città e splende sempre il sole. Un sole che non stanca, che non appiccica, eppure così splendente, pulito. Ho conosciuto ragazzi di tutto il mondo. Molti di loro nati tra la fine degli ’80 e i primi ’90. Mi sono sentito grande ma mai vecchio. Li ho conosciuti, apprezzati, a volte aiutati. Venivano da tutto il mondo. Dalla Spagna, dal Belgio, dalla Francia, dalla Corea, dal Brasile, dalla Cina, dall’Argentina, dall’Egitto. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Marta si sta laureando in biologia. Viene dalla Catalunya e  per un anno vivrà a San Diego. Thomas studia arte in Belgio.

Ha 24 anni e per i prossimi due studierà a San Francisco. Elisa sembra sempre con la testa tra le nuvole. Viene da Burgos, una piccola cittadina della Spagna centrale. Ma a San Francisco non si perde mai e a 23 anni sa sempre cosa fare. Izat è basca ma vuole migliorare il suo inglese. Ha carattere da vendere e anche se perde il portafoglio lo ritrova il giorno dopo. Testarda come solo una basca sa essere. Alessandro è italiano ma vuole parlare inglese anche con me. Ama la matematica e non gli piacciono la pizza, il mare e la birra. Forse è francese e non lo sa. Io mi chiamo Cristiano ed ho 33 anni. Scusate il ritardo ragazzi, ma ho avuto da fare (cosa poi, non lo so). La città è un crogiolo di razze. Un meltin pot perfetto. Tutti salutano tutti, tutti sorridono, se ti vedono con una mappa in mano ti chiedono dove vuoi andare e come possono aiutarti. Mi lascio aiutare, consigliare, sedurre da questa città. Il vento fresco soffia sulle nostre facce. Di giorno è piacevole, di sera un po’ meno. Ma non fa niente. Siamo in California e tanto basta. Le giornate passano veloci. Troppo da fare, troppo da vedere e il tempo è sempre troppo poco. Ma quello che ho voglio sfruttarlo, fino all’ultimo secondo, a costo di non dormire mai. Sveglia alle 7 e ritirata alle 3. Il cuore mi si riempie di felicità fino all’inverosimile, il mio inglese migliora giorno dopo giorno, imparo a memoria i nomi delle strade, so perfettamente quali mezzi prendere in ogni occasione.

Adoro tutto di questa città, persino il clima. E il cibo. Se c’è una cosa che amo, durante un viaggio, è sentirmi parte integrante di un posto. Per questo scelgo spesso soggiorni lunghi in una città. Voglio sentirmi cittadino, prima ancora che turista. Voglio poter raccontare una città a memoria e poter dire “Ci ho vissuto” e non solo “L’ho visitata“. Io a San Francisco ci ho vissuto, ma soprattutto San Francisco ha vissuto in me, con i suoi umori, la sue eccezionali follie e, dall’altra parte, l’ordine meticoloso di chi sa far funzionare le cose a meraviglia. Hanno vissuto in me l’Embarcadero, il Golden Gate Bridge, Ocean beach e Castro. Hanno vissuto in me gli sguardi di tutte le persone che ho incontrato, anche solo per una sera, o solo per un sorriso. E sempre ci vivranno. Forse ne nascerà un romanzo, ma non sarà autobiografico, se non nella descrizione dei posti che ho avuto la fortuna di vivere. Mi piacerebbe parlasse di Alice, una ragazza che non ho mai incontrato, non ho conosciuto e forse non esiste. Una ragazza alla ricerca delle sue origini, delle sue radici italiane. Lei ama girare il mondo, ed è cresciuta a San Francisco. Vorrei che avesse un po’ di me, un po’ di Elisa, un po’ di Marta, un po’ di Izat e un po’ di tutta la gente che ho incontrato durante quest’estate. Penso che racconterò la strana storia della pronuncia del suo nome.  Elis per la madre Californiana, Alice per quel padre marchigiano mai conosciuto. Ma tutto questo, Alice, non lo sa.

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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