“Antony, Antony, Antony time, l’orologio di gran marca, l’orologio degli sportivi. Regala un Antony Time. By Moris, By Moris, By Moris”. L’altoparlante dello stadio biascica messaggi pubblicitari. Li conosco a memoria, ogni domenica lo stesso disco. “Ma Matarrese quando lo fa aggiustare il sistema di amplificazione?” “See, e i tabelloni luminosi?” Però quel messaggio pubblicitario è rassicurante. E’ il segnale che la partita sta per cominciare. Tra poco entreranno in campo i ragazzi e per un’ora e mezza penserò solo a questa gara. Non che ne abbia tanti di pensieri, per carità. Sono uno studente di scuola media. L’anno di grazia è il 1990. Il campionato è quello immediatamente successivo ai Mondiali. Gli stadi sono ancora nuovi e il pubblico del Della Vittoria si sta pian piano abituando ad un teatro più consono alle ambizioni della Società: il San Nicola. L’obiettivo dichiarato è conquistare l’Europa. Il 25 novembre arriva a Bari la Juventus di Maifredi. Una squadra costruita per dominare, dare spettacolo e vincere. Maifredi è stato scelto per imitare il ciclo del Milan di Sacchi. Zona, calcio champagne e mentalità vincente su tutti i campi. La campagna acquisti è faraonica: arrivano a Torino Baggio, Casiraghi, Di Canio, Hassler, Julio Cesar, Corini e De Marchi, pupillo di Maifredi. Schillaci ha conquistato il titolo di capocannoniere ai Mondiali, la società ha lanciato il guanto di sfida allo strapotere del Milan. I bianconeri sono secondi in classifica dietro la Sampdoria di Vialli e Mancini. La Samp gioca il derby contro il Genoa, la Juve è di scena a Bari contro una squadra tignosa, tenace, che ha conquistato nove punti, giocando bene soprattutto contro le grandi, e staziona a metà classifica, con legittime ambizioni di provare l’impresa mai riuscita prima: battere la Juve in campionato. Mio padre mi parla sempre di quella volta in cui il Bari, che allora era in serie C, dopo aver battuto la Juve a Torino, pareggiò 2 a 2 in casa e la eliminò ai quarti di Coppa Italia.

Era il 1984 è quello rimane uno dei più bei ricordi di sempre. Lo stadio è strapieno. Biglietti esauriti in tutti i settori, c’è gente che scavalca, persone che entrano a spinta. Non c’è un posto libero. Succede sempre così quando a Bari è di scena la Juve. Il Bari è in piena emergenza. Praticamente manca tutto l’attacco. Le stelle Joao Paulo e Raduciou sono squalificate. Alle loro assenze si aggiungono quelle altrettanto pesanti di Loseto in difesa e Cucchi a centrocampo. Al loro posto Salvemini si affida a Laureri, Gerson, Lupo e Antoniosoda (scritto così, tutto attaccato) in attacco. Tanta umiltà e corsa contro le bollicine della squadra di Maifredi. Che rinuncia ai propositi estivi di far coesistere quattro attaccanti e si affida alla coppia delle notti magiche: Baggio – Schillaci. Ma i primi minuti fanno già capire che la squadra in maglia nera (altra novità assoluta, fino all’anno prima quella divisa è ad appannaggio dell’arbitro che per l’occasione rimedia un’improvvisata divisa rossa) sembra l’Armata Brancaleone. Pressing zero, maglie larghe, collegamenti difensivi inesistenti. La verità è evidente: la Juve ha sottovalutato il Bari e si porterà dietro questo vizio per tutto il campionato. Minuto numero 8: Maiellaro, unico giocatore di vera classe della squadra operaia messa in campo da Salvemini, inventa un pallonetto delizioso dalla tre quarti di campo che scavalca la retroguardia bianconera e mette Antoniosoda (sempre tutto attaccato) davanti a Tacconi. Il portiere si esibisce in una prodigiosa uscita a mani aperte e respinge. Ma il centravanti di scorta riprende il pallone e si ritrova la porta spalancata davanti. Collo pieno angolato per evitare la scivolata di uno dei due difensori che accorre disperatamente a chiudere lo specchio e rete del vantaggio. La corsa sotto la nord diventerà una costante di un giocatore umile, importante, mai troppo apprezzato. Il Bari sta vincendo contro la Juventus, è tutto vero. I 55.000 paganti del San Nicola sono in visibilio.

Questo stadio merita di più, penso. Magari una vittoria importante, una partita di Coppa Uefa. Pensieri che rimarranno sogni. Maiellaro danza. Sembra che l’assenza di Joao e Radu lo esalti anzichè deprimerlo. Si carica il Bari sulle spalle, inventa traiettorie e giocate estemporanee. Quelle che Baggio e Hassler, guardati a uomo da Terracenere e Brambati non riescono ad offrire. L’avversario è pericoloso solo su punizione, ma Biato, da poco arrivato dalla Triestina sembra sicuro dall’alto del suo metro e novanta. Al 31′ è proprio Maiellaro che corre, pardòn danza, sull’out sinistro. Testa alta e pallone incollato ai piedi. Pennella un cross per l’accorrente Soda. De Marchi, spaventato dalla traiettoria, interviene in scivolata per anticipare l’attaccante barese. Ma il suo tentativo è goffo, impacciato e il pallone finisce per la seconda volta alle spalle di Tacconi. Soda esulta come se avesse segnato lui, Tacconi da uno schiaffetto al compagno reo di aver segnato l’autogol. Il boato arriva anche fuori dallo stadio, dove i tifosi rimasti senza biglietto si sono fermati ad ascoltare la radiocronaca di Salomone. Il senso di vicinanza al campo, a quello che succede dentro lo Stadio, li fa sentire partecipi di questa giornata di gloria. Una giornata che aspettiamo da tanto tempo. Cinque minuti dopo il Bari può chiudere definitivamente la partita. Terracenere crossa al centro con i suoi piedi non proprio raffinati. Ne viene fuori un tiro che coglie Tacconi fuori dai pali e impreparato. Il pallone sembra destinato a gonfiare la rete ma finisce sul palo e poi rimbalza a terra. Il primo tempo finisce così. Durante l’intervallo le solite pubblicità, la gente che guarda l’orologio, come se andasse bene così. Possiamo andare a casa, meglio chiuderla qui. La Juve rientra in campo più motivata: ci pensa De Agostini con un tiro da fuori area all’angolino basso, ma Biato è superlativo. Diventa superman al 20′ quando Baggio pennella una punizione delle sue e lui si allunga fino all’angolino alto per togliere il pallone dal sette. La Juve sembra in buon momento. Hassler dialoga con Schillaci e mette Marocchi solo davanti al portiere. Un rigore in movimento che Marocchi calcia fuori di qualche centimetro. Ma la paura è tanta e il brivido arriva dritto sulla schiena. L’ultima occasione è per Corini che si accentra e calcia alto. Il Bari chiude la gara difendendosi bene, senza troppi patemi. Si esulta e ci si abbraccia. Gli juventini iniziano a lasciare lo stadio cinque minuti prima, a testa bassa. Oggi è bello essere baresi. Oggi, per un giorno, lo squadrone siamo noi.

ps: quel giorno anche la Samp perde il derby con Genoa dopo 10 anni e la Juve conserva il secondo posto. Il Parma, neopromosso, conquista il quarto posto dividendosi con il Bari il ruolo di sorpresa. La Juve si scioglierà e rimarrà fuori dall’Europa. Il Genoa la conquisterà, la Samp vincerà il suo primo e unico scudetto, il Parma vincerà la Coppa Italia ottenendo un incredibile quinto posto. E noi? Noi come sempre. La nostra gloria dura sempre poco. Ma questa è la solita storia. Inutile ribadirla.

Prossima puntata: Bari – Genoa, 25 maggio 1990

 

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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