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L’anno dei video, ma anche no

C’è una costante di questo inizio anno, per la terza volta di fila siamo di fronte al famigerato “anno dei video“. E tutti ad organizzarsi con luci, microfoni, cavalletti, trucco e parrucco. Ho recentemente visto un video del mio amico Leonardo Prati che dice una cosa giustissima: la cosa più sbagliata del mondo è voler assomigliare a tutti i costi a qualcun altro. Nello specifico, parlando di video, il paragone con Marco Montemagno è impietoso. Può piacere o no, può dire cose condivisibili o meno, ma la sua capacità di bucare lo schermo – almeno quello dello Smartphone – è innegabile. Robin Good divide con lui il podio, seppur con un approccio completamente diverso. Per mia indole, lo preferisco, ma sono di parte, considero Robin un punto di riferimento. Credo che al gradino appena sotto ci siano Matteo Flora (più nerd, ma molto molto competente), Riccardo Scandellari aka Skande, più focalizzato sul tema del Personal Branding, Rudy Bandiera con il suo Divanone e lo stesso Leonardo Prati.

Ma questa non è una classifica, semplicemente una constatazione che chi fa la differenza la fa perché approccia allo strumento con un proprio format e un proprio stile. Facebook, ma anche il mondo, possono fare a meno dei nostri video, a meno che non abbiamo qualcosa di particolarmente interessante da dire o una faccia che buca la schermo. Se abbiamo entrambe le cose, e magari anche gli strumenti giusti, allora ci si può provare.

Ma quindi, Cristiano, mi stai dicendo che non devo credere che il 2017 sarà l’anno dei video?

No, non sto dicendo questo: sto insistendo sul fatto che i contenuti possono essere veicolati tranquillamente in un altro modo. Se sei bravo a scrivere, se raggiungi il tuo obiettivo con i post, continua pure a farlo. Se vuoi iniziare pian piano con dei video in cui dai un valore aggiunto, parti con quelli registrati, non con i live, sono più rischiosi e rischi di bruciarti subito. Pena perdere la credibilità per sempre.

Ma sopratutto inizia a parlare in pubblico. Stiamo vedendo, nello stream di Facebook, persone che mai prima di ora avevano parlato in pubblico, in palese difficoltà davanti ad una micro-camera. Persone che abitualmente non gesticolano, agitarsi più di Mourinho in panchina. E ancora, persone che non hanno mai scritto un post in vita loro, sciorinare pillole di business a tutti gli smartphone del mondo. Il mio approccio al video – e non è detto che sia il migliore – è lento e sospettoso. Alcuni clienti mi hanno chiesto dei video, sto facendo degli esercizi, perché onestamente sono più abituato a scrivere che a declamare. Sto cercando pian piano il mio stile migliore, il mio tono di voce, l’orario migliore (fino alle 10 ho una faccia che mi prenderei a schiaffi da solo, poi la luce cala quindi direi che finché non mi procuro due lampade tra le 10 e le 12 è l’orario), i temi in cui sono più credibile e che possono offrire un vero valore aggiunto a chi mi ascolta.

È un lavoro difficile, lungo, che deve passare da prove e feedback spietati, che sto già ascoltando. Ma soprattutto deve passare dalla consapevolezza che il 2017 è l’anno dei video, ma l’anno dei miei video può essere pure il 2018. Caso mai non dovessi riuscirci, potete continuare a leggermi.

Morale per i frettolosi: i video funzionano e lo dicono i numeri, ma non sempre i numeri dicono il vero. Si potrebbe avere molto engagement perché banalmente siamo “simpatici” e poche richieste di collaborazione perché magari non diamo valore aggiunto. Credo altresì che i video funzionino benissimo se vi è la consapevolezza che il cammino per produrre contenuti di qualità (in formato video) è lungo, e necessita:

  1. Allenamento, sopratutto a parlare in video
  2. Test (registrare, editare, pubblicare, raccogliere feedback)
  3. Individuazione di uno stile e di una nicchia

That’s all, folks. La prossima volta ve lo dico con un video.

 

by Alessandro De Felice Alessandro De Felice 1 commento

Che relazione c’è tra Project Management e Marketing?

L’obiettivo del raggiungimento di un nuovo traguardo aziendale, la responsabilità di coordinare un gruppo di lavoro in tutte le attività necessarie al conseguimento di un risultato. La nuova figura professionale del Project Manager rappresenta senza dubbio uno dei ruoli più delicati, ma allo stesso tempo stimolanti. Un nuovo profilo che negli ultimi anni si sta sempre più imponendo nel mercato del lavoro grazie a una richiesta in crescita di leader in grado di sapersi muovere in maniera trasversale all’interno dell’azienda.

Un ruolo che da qualche tempo ha attirato la mia curiosità, tanto da spingermi a spostarmi a oltre 300 chilometri da casa in un sabato di novembre per approfondire la conoscenza sull’argomento. Il calendario segna il 26 e il classico weekend è scombussolato dall’appuntamento alla LUISS ENLab per il Workshop dal titolo “Digital Project Management”. Una full immersion di DoLab School, un’eccellente scuola di formazione per i professionisti del digitale, su tutto ciò che riguarda il lavoro di questa nuova figura professionale, proprio nel posto in cui una moltitudine di start-up lavora giorno e notte (weekend compreso) e porta avanti la prima idea ‘geniale’. Siamo a Roma Termini, proprio sopra la stazione ferroviaria.

Arrivo e sono un po’ timoroso. “Appena laureato e ancora inoccupato: potrò mai essere all’altezza della situazione?” mi chiedo tra me e me, anche se la curiosità è sempre maggiore. Con me altri quattro. Loro si, sono già più o meno ben inseriti nel mondo del lavoro, e decidono di “sacrificare” un giorno di tranquillità lontano dal lavoro per capire se il “Project Management può davvero fare al caso loro. Ad accompagnarci Francesca Parisi, Project Manager molto affermata nel settore. Laureata in Economia, nonostante la giovane età vanta già collaborazioni molto importanti nel settore della gestione di progetti. Sky Italia, SEA (Aeroporti di Linate e Malpensa) e CheBanca nel suo curriculum vitae, ma non solo; lo sviluppo degli innovativi pagamenti online la “specialità della casa”.

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Il workshop è coinvolgente e interattivo. Teoria ed esercitazioni per verificare quanto appreso si alternano a cadenza regolare. Una sorta di verifica intermedia, per far fruttare le nozioni di base. Il tutto filmato e fotografato dalle tutor di DoLab School, Sandra e Rosanna, che aggiornano costantemente i profili social della scuola, impegnata proprio nel digitale.

#DoLabPM è l’hashtag che spopola tra Instagram, Twitter e Facebook.

L’entusiasmo della Dott.ssa Parisi è evidente: con il ruolo di Project Manager lei ha trovato tutto ciò che cercava. Qualcosa di fresco e innovativo, emerso solamente negli ultimi anni. “Quando mi sono laureata io (di certo non molti anni fa, nda) si intravedevano i primi corsi universitari sull’argomento”. Oggi, dopo un lungo periodo da PM in una società di consulenza, lavora come freelancer.

Come dicevamo, tra una WBS (Work Breakdown Structure) e un diagramma di Gantt, c’è spazio per l’esercitazione. Prima si gestisce la preparazione di una pasta alla Carbonara in casa, dal “produttore” al “consumatore”, mentre poi il grado di difficoltà aumenta con l’organizzazione di un nuovo progetto di marketing, prendendo in esame Moovenda e proponendo una nuova idea di fidelizzazione del cliente. Tutto in un clima disteso e amichevole, che favorisce l’apprendimento.

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Sì, proprio un progetto di marketing. Il ruolo del Project Manager sta diventando sempre più importante in ogni campo dello sviluppo aziendale, ma soprattutto nell’interfaccia azienda-cliente, con la prima chiamata a investire in progetti in grado di coinvolgere emotivamente il consumatore. Che si tratti di Storytelling o una semplice nuova campagna promozionale, il Project Manager è la figura che coordina il ‘team working’  e tutte le varie attività necessarie per soddisfare le richieste della sua azienda in termini di tempi e costi e raggiungere l’obiettivo prefissato. Una figura professionale che sta travolgendo il mercato del lavoro, così come il marketing, diventando sempre più fondamentale nell’organigramma dell’azienda.

by cristianocarriero cristianocarriero Nessun commento

Mister Content Marketing

Quando devi scegliere un team di storyteller, o di blogger, per un progetto di content marketing, il dubbio è uno: prediligo il talento o scelgo la costanza, l’applicazione, la continuità? Vorrei dirvi che le due cose sono collegate, ma la mia esperienza mi porta a dire che in realtà si tratta di rare eccezioni. Mi metto in gioco io per primo. Credo di aver costruito la mia professionalità sulla costanza, più che sul talento. Non penso di scrivere cose sensazionali – non me ne vanto sia ben inteso -, ma sono convinto di avere un metodo che mi porta a produrre più di tre post a settimana (in media), video, foto, guest post. È una propensione, che allenata con più di due sedute alla settimana può dare grandi soddisfazioni. Almeno in questo lavoro. Inutile suonarcela, probabilmente se avessi un talento vero scriverei per il cinema o sarei l’editorialista del Corriere della Sera.

Torniamo ai blogger, ai brand journalist, ai web writer: cosa accomuna molti tra questi professionisti? Scrivono anche quando non sono ispirati, perché l’ispirazioni è una rogna da artisti, e noi facciamo un altro mestiere, anche se le ultime tendenze del marketing (Seth Godin su tutti, vi stra-consiglio Quel pollo di Icaro, ma anche Kleon con la sua trilogia) vanno in questa direzione. No, non sto criticando la posizione di Godin, ci mancherebbe. Sto solo dicendo che chi scrive per i brand, chi fa content marketing, ha il dovere di cercare ispirazioni, ma non può permettersi il lusso di non trovarle. Non per più di due giorni di fila, almeno. Sennò fa un altro, rispettabilissimo mestiere.

Questo è un punto che spessa differenzia i blogger e gli storyteller bravi (che nell’accezione di Sorrentino è diverso da abile) da quelli talentuosi. Quelli bravi sono quelli che rispettano le scandenze, che consegnano in tempo, che non hanno bisogno di essere editati, che sanno scegliere foto, menzionano i credits, pensano al titolo, anticipano il problema, danno valore aggiunto ai pezzi con la loro firma, sanno cosa vuol dire usare (non abusare) la seo. Insomma, fanno quello che ormai, oggi è diventato un mestiere. Ottimizzando i tempi: quanto ci vuole a scrivere un post di 1000 parole?Lo chiedo sempre ai miei studenti, e le risposte variano da venti minuti a sei ore.

Ehi, Cristiano, stai dicendo che non c’è spazio per il talento? Assolutamente no. Anzi, sto dicendo esattamente il contrario. Seguimi.

In una strategia di content marketing il socialismo non funziona. Io sono costantemente alla ricerca di talenti. Ora, premesso che non è detto che tutti i talenti siano sbadati – questa è una vecchia concezione, a me piace dire che i talenti sono concentrati su altro, e per fortuna – , c’è sempre un modo per integrarli in una squadra. E credo che questo sia il grande lavoro da fare quando pensiamo ad una strategia di content marketing e alle persone da coinvolgere. Una buona base di blogger affidabili, costanti, che garantiscono certi numeri e comunque una base importante di contenuti, può portarci ad integrare la “formazione“, perché di squadra di tratta, con produttori di contenuti non abituati ai ritmi del content marketing. Non abituati insomma ad intenderlo come un lavoro, magari perché loro di lavoro ne fanno un altro.

Ho aspettato il quinto capoverso per una metafora calcistica, ma cosa c’è di meglio? Se in una squadra di calcio c’è un numero 10 un po’ indolente, riluttante agli allenamenti, che però con le sue giocate vi fa vincere le partite, cosa fate? Non lo fate giocare? Un certo stile di filosofia aziendale direbbe di no. Direbbe che deve stare in panchina, e aspettare il suo turno. Ma la panchina intristisce. Io dico che una squadra funziona meglio quando ognuno conosce bene le sue potenzialità, i suoi limiti, i punti di miglioramento. Sono sempre più convinto che oggi il content marketing sia un lavoro di squadra, e che alla base di ogni progetto ci voglia non un project manager munito di excel (no, non lo licenziate, serve anche lui) ma un profondo conoscitore di persone, un professionista in grado di mescolare competenze, costanza, ispirazione e talento, qualcuno in grado di scoprire nuove forme di contenuto e nuovi mittenti.

Non a caso oggi le aziende si affidano a scrittori, fotografi, registi (nei prossimi giorni parlerò del film realizzato da Ford), storyteller, chef, e potete continuare questo elenco all’infinito. A volte si tratta di professionalità non nate per scrivere contenuti sul web. Ma che possono fare la differenza. Ma ci vuole un grande Mister. Ne parlo oggi a Smau Milano insieme a Luca Conti.

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Case history Ferrari: il contenuto fa rumore

Il visual storytelling non è solo visual, nemmeno su Instagram. Lo insegna il brand Ferrari, che di certo avrebbe moltissimo da mostrare, ma che per il lancio dell’account Instagram si è limitato a stravolgere le regole e le convenzioni (già, perché anche i media 2.0, nella loro contemporaneità seguono delle convenzioni) di un social network. Esaltando, di fatto, l’anima della marca. L’invito che Ferrari ha rivolto ai propri utenti è quello di chiudere gli occhi e alzare il volume. Turn up the volume, dice il mini-video, e con tre video al giorno Ferrari ha presentato, o meglio riproposto, “Il suono della leggenda“. Che dopo due giorni è diventato il colore della leggenda. Questa volta il video postato sul profilo Instagram usa come hashtag #RossoFerrari, dando un nuovo (vecchio colore) al piano editoriale fotografico.

 

Credits: Ferrari Instagram

Credits: Ferrari Instagram

Cosa ci insegna questa storia?

Per quanto il brand Ferrari non abbia bisogno di presentazioni, il piano editoriale su un media come Instagram rischia spesso di cadere nella banalità. Servirsi di un rumore e giocare su quello che per gli appassionati (e non) è il suono più dolce del mondo è una scelta assolutamente vincente. Ancora di più se pensiamo che i video sono una novità relativamente recente su Instagram, e che per convincere gli utenti ad “ascoltare” il rombo del motore bisogna creare un’attesa e una call to action. In questo contesto dire “Close your eyes and turn up the volume” è davvero funzionale alla strategia del brand. È sempre complesso, infatti, lanciare un brand (anche uno famoso) su Instagram, e spesso non bastano i comunicati stampa. Serve un’idea. Un vecchio maestro mi diceva: “A volte servono 2 minuti a creare un prodotto vincente, e due mesi per lavorare sull’idea”.

#RossoFerrari

Dopo il suono, arriva il momento del colore. Qui Ferrari gioca davvero in casa, e il rosso diventa nemesi, identificazione, racconto. Il contenuto si trasforma in colore, dopo essere stato un suono, e aver rappresentato dei valori di brand. Il contenuto è più liquido che mai, e segue il linguaggio del media scelto. Lo ribalta. Nel Content marketing è vero tutto e il contrario tutto. Ciò che conta è rompere le regole, esaltando i propri valori. A volte basta alzare il volume e far sentire il rumore. magari un po’ arrogante, volutamente presuntuoso, ma incredibilmente riconoscibile. Anche su un social fotografico. Per me è sì.

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La Mordi e Fuggi Communication è fallita

Mauro Marinoni è un grande copywriter. Potrei definirlo un maestro, poi succede che ci si conosce di persona (telefonicamente e sui social, perché live avremo modo a breve, al Salone del Libro di Torino) e certe parole si attenuano. Ma i suoi testi si fanno leggere sempre volentieri, sia quando parlano di una campagna, sia quando si tratta di un testo più lungo, descrittivo. Dal suo sito ho imparato che anche un testo finto può essere meraviglioso. E lo è, credetemi. Oggi Mauro mi ha mandato queste parole d’autore dedicate al mio libro, Content Marketing (scritto insieme a Luca Conti), e sono felicissimo, previo suo permesso, di poterle pubblicare, anche se è stato davvero troppo buono (non sono umile, di solito, ma qui mi tocca esserlo):

“È come se Henry Ford all’uscita della Ford T avesse scritto un libro spiegando perché l’automobile è più utile della carrozza a cavalli. E come si guida un’automobile. Ecco, questo è Content Marketing.

Non si può fare a meno del content marketing. E non si può fare a meno dell’approccio e del metodo descritti così bene da Cristiano.

Vi spiego il perché dal punto di vista di un copywriter abituato a lavorare con aziende che sono ancora dall’altra sponda del content marketing.

Quella che una volta era l’idea creativa per una campagna, oggi si esaurisce nel breve tempo di vita di un post o di un’iniziativa digitale che per sua natura è effimera.

Le aziende e i comunicatori devono cambiare modo di pensare.
Sto cercando di convincere le aziende con cui lavoro che i lavoretti mordi e fuggi non hanno senso: potevano andare bene qualche anno fa, quando una campagna o una brochure ti duravano per dei mesi. Oggi nel mondo digitale e social un’azienda evoluta deve comunicare praticamente ogni giorno, e per farlo bene ci vuole una visione strategica comunicativa e creativa ben chiara e competente.
Ci vogliono persone che sappiano tirare fuori i valori e le peculiarità dell’azienda, e trasformarli in contenuti. E queste persone devono essere sia all’interno dell’azienda, sia i professionisti esterni.
L’azienda deve creare un filo diretto con il mercato, e per farlo deve creare un filo diretto con chi la comunica.
Ecco perché la Mordi&Fuggi Communication è fallita.
Servono collaborazioni continuative, che permettono ai comunicatori di conoscere così bene l’azienda da poterne parlare ogni giorno trovando cose nuove da dire. E l’azienda deve potersi fidare di questi persone, senza bisogno della trafila “mando bozza, aspetto approvazione, metti il logo più grande, cambia questa parola, magari trova un sinonimo meno forte“.
Altrimenti, se stressi un professionista della comunicazione con questi dettagli irrilevanti, è meglio che torni al tuo mondo di “siamo un’azienda leader che vuole preseguire l’eccellenza e la qualità attraverso la soddisfazione del Cliente” e al sito fatto da tuo cugino.
Perché la comunicazione che funziona deve essere fresca, spontanea, autentica, e dopo troppi rimbalzi in sala riunioni comincia a sapere di muffa.

Questo risultato si ottiene quando si incontrano due fattori magici:

  1. professionisti competenti di cui potersi fidare
  2. imprenditori e manager così intelligenti da capire quanto sono bravi, e lasciarli fare.

Esperimento per valutare l’efficacia della tua comunicazione

  1. Riempi un bicchiere di acqua
  2. Metti un cubetto di ghiaccio

Il cubetto galleggia, ma solo per una piccola parte: la famosa punta dell’iceberg.
Questa è la tua comunicazione tradizionale.
Quella delle campagne pubblicitarie, dei comunicati stampa, delle brochure, dei siti chi siamo/cosa facciamo.
Ciò che invece rimane sott’acqua, invisibile, sono la qualità e il valore della tua azienda e delle tue persone.
Anni di lavoro e d’investimenti, di passione, di competenza, che passano inosservati ai clienti attuali e potenziali.
Il content marketing riesce proprio a fare emergere questa montagna di valori.
Ma il content marketing fatto bene, intendiamoci.
E Cristiano lo sa fare bene e spiegare benissimo.

Ci sono libri che ti cambiano la vita.
Per i romantici è il Werther, e te la cambia in peggio, garantito.
Per i fricchettoni è On The Road o il Giovane Holden.
Per le fanciulle sognanti – ma esistono ancora? – è Orgoglio e Pregiudizio.
Per chi fa comunicazione è Content Marketing.

Mauro Marinoni , Copywriter

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7 domande ad Andrea Fontana sullo storytelling (intervista)

Andrea Fontana, esperto di strategia aziendale, comunicazione e storytelling. Ha scritto Storyselling e Storytelling Kit, due libri imperdibili per chi è già parte o si avvicina a questo mondo. Andrea afferma che “non è vero che tutto è raccontabile. Si può raccontare storie soltanto attraverso alcune condizioni e regole. Il coinvolgimento del pubblico nel racconto, l’autenticità e soprattutto le competenze narrative rappresentano lo specifico dello storytelling. Occorre cioè avere una precisa strategia del racconto. Occorre saper costruire immaginari e mondi visivi, e con la grande densità di media disponibili occorre saper disegnare la giusta orchestrazione mediatica: è necessario il mezzo di comunicazione adatto per il pubblico specifico con la storia significativa dedicata. Per cui, direi proprio che non tutti sanno raccontare, quindi non tutto è raccontabile.” Di seguito, in 7 risposte, Andrea ci illustra l’universo dello storytelling e le sue regole base.

D: Che cosa trasforma un fatto in una storia?

R:La nostra mente. Come le neuroscienze hanno dimostrato, noi pensiamo narrativamente. I neuroscienziati americani parlano dell’uomo come di uno “storytelling animal”. Davanti a un fatto costruiamo automaticamente un racconto. Fa parte del funzionamento del nostro cervello, che non sopporta il vuoto di significato. Intorno a ogni fatto, creiamo un racconto significativo, anche parziale.

D: Che cosa è il racconto?

R: Un racconto è una rappresentazione, testuale, visiva, auditiva, tattile e olfattiva che riguarda un soggetto, un oggetto o un evento. Come rappresentazione è un punto di vista sulla realtà. E quando il punto di vista viene assunto per un certo tempo da una comunità, allora diventa cultura e tradizione radicata.

D: Quanto conta il linguaggio?

R: Molto, ma non è tutto. Per fare storytelling d’impresa bisogna saper usare le parole e la scrittura, ma anche i diversi tipi di linguaggio oggi disponibili per raggiungere i diversi tipi di pubblici.

D: Come si racconta un’azienda? E quali sono le differenze rispetto al passato?

R: Un’impresa si racconta innanzitutto ascoltando il pubblico. Una strada ancora troppo poco frequentata in Italia. Il vero racconto, quello importante, è quello del pubblico a cui un’impresa si rivolge.

D: Evoluzione o ritorno al passato? Pensiamo alle storie di Carosello…

R: Entrambe le cose, direi. La narrazione ci appartiene e quindi è un modello che mettiamo in pratica dalla notte dei tempi. Ma è anche vero che oggi assistiamo a un’evoluzione enorme non solo nel modo di costruire e di fruire i racconti, ma anche nelle loro tecnologie di produzione e diffusione. E bisogna rimanere al passo con questa enorme evoluzione.

D: Quali sono le imprese che comunicano meglio?

R: In questo momento, per me sono le imprese che hanno come necessità la vendita di prodotti tv o servizi per la pay per view. Come per esempio Abc o Sky.

D: Quali sono le regole di base dello storytelling?

R: Ascoltare il proprio pubblico, saperlo leggere e capire il momento di vita che sta vivendo. Costruire un racconto che sia per lui significativo. Inserire tensione personale e sociale nel racconto, perché abbiamo bisogno di riconoscerci in un tema sociale importante. Cambiare le trame: non solo commedia, ma anche epica, dramma, utilizzando tutti i registri stilistici e mediatici. E per finire, essere autentici.

Una storia è un dispositivo ordinatore, è uno strumento che sistematizza gli eventi umani dando loro un senso e una direzione.

(Andrea Fontana – Storyselling)

 

Hai trovato interessante quest’intervista? Puoi approfondire l’argomento leggendo il mio nuovo libro sul Content Marketing (Hoepli). C’è anche capitolo sullo Storytelling scritto assieme ad Andra Fontana. Maggiori informazioni qui.

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Instagram e il visual storytelling

Vi siete mai chiesti perché Instagram ha preso piede così facilmente e in così poco tempo? Sebbene Facebook resti il re indiscusso, Instagram è il social network che ha registrato – e registra tuttora – il più rapido aumento del numero di utenti. Non lo dico io, lo dicono i numeri: al momento siamo oltre 400 milioni di persone ad usare Instagram.

Il motivo del suo successo è semplice: a differenza degli altri social arriva al pubblico con immediatezza. Non bisogna essere poeti né content writer. Qui le parole vengono sostituite dai filtri che, con l’avvento di app come VSCOcam e simili, prendono il nome di preset. Insomma, le parole hanno sempre il loro fascino e magari ci sarà anche qualcuno interessato a leggere la vostra bella didascalia, ma su Instagram è la foto a fare la differenza.

Siate semplicemente voi stessi.

Non occorre essere Steve Mc Curry né acquistare una reflex di ultima generazione. Per essere un buon Instagramer bastano uno smartphone – possibilmente dotato di un’ottima fotocamera – e una buona dose di sensibilità. Non limitatevi a immortalare un momento della vostra giornata, ma imparate a romanzarlo al meglio. Allenatevi a concentrare valori ed emozioni nel vostro scatto. I valori possono diventare immagini e attrarre l’attenzione con un messaggio più immediato ed efficace.

L’essere umano ricorda il 10% di ciò che ascolta, il 20% di quello che legge e l’80% di ciò che vede.

I social network non rappresentano altro che l’estensione delle normali attività e abitudini delle persone fuori dalla rete: comprereste un bel paio di scarpe dopo aver letto una descrizione accattivante ma senza averle mai viste?
Ecco perché Instagram è vincente. Mostra a tutti quel che racconta. In un mondo in cui la comunicazione è veloce, frammentaria e decontestualizzata, le immagini sono un veicolo potente di diffusione dei messaggi. Un’immagine parla un linguaggio universale, comprensibile a tutti ed è immediata, ispiratrice e coinvolgente. La crescita di social media basati sulla condivisione di immagini come Pinterest, SlideShare, Instagram, ma anche Flickr e Tumblr, dimostra come siamo entrati in un’era visiva.

Non vi sentite pronti per il visual storytelling? Non temete, tutti hanno cominciato dalle basi. Il mio consiglio è di studiare gli utenti che più vi coinvolgono e sentite affini alla vostra identità. Imparate da loro, apprendete i loro segreti e sperimentate fino ad acquisire uno stile personale. Per l’editing delle foto non limitatevi ad utilizzare Instagram, ma provate app come SnapSeed e VSCOcam.

Trovate interessante il visual storytelling? Ho scritto un libro sul Content Writing (Hoepli) in cui approfondisco anche questo tema. Potete acquistarlo qui.

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Circondati di talento

Se frequento uno stronzo è perché ha qualcosa da insegnarmi

Si arriva a valere quanto la gente di cui ci si circonda. Nello spazio digitale significa seguire le personalità migliori che si trovano online: quelli che sono di gran lunga più bravi di te, e che stanno facendo cose davvero interessanti. Segui con attenzione ciò di cui stanno parlando, quello che stanno producendo, a cosa si riferiscono.

Serviranno:

  • Curiosità
  • gentilezza
  • resistenza
  • disponibilità ad apparire sprovveduto

Una volta Harold Ramis, attore e regista che a quelli della mia generazione è noto più che altro per aver interpretato il ruolo di Egon nel film “Ghostbusters”, illustrò la sua regola per il successo: “Individua la persona più in gamba di te. Allora stalle vicino, passaci del tempo e cerca di essere utile“. Ramis aveva avuto fortuna: quello con più talento era il suo amico Bill Murray.

Se mai dovessi ritrovarti a essere tu il migliore in un ambiente, è necessario che cambi ambiente.

(Austin Kleon – Ruba come un artista)

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La leggerezza dei contenuti di successo

Ricordo la frase di un mio professore “Avete presente il famoso detto Prendila con filosofia? Beh, è una grossa balla”. Lì per lì non capii, eppure negli anni sono arrivato alla conclusione che bisognerebbe sostituire la parola filosofia con il sostantivo leggerezza. Sì, la leggerezza. Lo sostiene anche Calvino:

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore

Io penso che quello della leggerezza sia un concetto applicabile a tutto nella vita. Relazioni, carriera, successi, problemi, delusioni. Se prendessimo la vita con leggerezza non ci accaniremmo contro i nostri limiti ma riusciremmo a superare più facilmente ogni ostacolo, riusciremmo a risultare brillanti. Immaginate cosa può accadere utilizzando una buona dose di leggerezza nei contenuti e nella pubblicità online.
Partiamo dal presupposto che la pubblicità online, pur non essendo ai vertici della fiducia riposta dai consumatori, preceduta dalle raccomandazioni di amici e dai commenti in rete, è in grado di accompagnare il consumatore così da vicino da incentivarlo ad acquistare il prodotto o servizio oggetto dell’adv. Grazie a smartphone e tablet, inoltre, il web advertising si rivela una fonte così flessibile e svincolata da spazio e tempo da essere più performante nelle decisioni di acquisto rispetto ai mezzi considerati più credibili.

Affinché questo avvenga, tuttavia, occorre adoperare un linguaggio che sia accattivante. Nel business, si è tentati di usare le stesse parole che usano tutti, ma risulterete molto più accessibili e coinvolgenti se riuscirete a essere più leggeri. Il rischio non è tanto quello di sconcertare i clienti, quanto di annoiarli.

Se non vi diverte creare contenuti, significa
che li state creando nel modo sbagliato.

Adottare un approccio allegro nei riguardi dei vostri contenuti, e dar prova di possedere una personalità, non significa che non vendiate qualcosa di serissimo o qualcosa che alcuni potrebbero trovare noioso. Un esempio tutto italiano è quello di Conto Arancio: in un settore dove serietà è la parola d’ordine, Ing Direct pubblicizza il suo prodotto con toni freschi, innovativi e rivolti a un nuovo tipo di target. Un altro esempio a mio avviso brillante è Hype, brand di Banca Sella, che ha scelto di far parlare i consumatori trasformandoli in generatori, prima ancora che fruitori, di contenuti. Quella di Hype è una vera e propria community in quanto pone prima di tutto la condivisione di interessi e desideri, poi il prodotto.
Con i mezzi di un tempo era pressappoco impossibile ottenere questi risultati, mentre oggi, grazie ai social media, è possibile svincolare il rapporto tra brand e cliente amplificando la portata di queste iniziative. Viene dunque incentivata la comunicazione tra cliente e cliente, e tra brand e cliente. È bene tenere in mente proprio questa duplice connotazione: non solo l’azienda deve stimolare con operazioni ad hoc le interazioni con il suo target di riferimento, ma deve porre attenzione alle conversazioni esistenti per inserirsi proficuamente in contesti già avviati.

E secondo te la leggerezza è fondamentale per realizzare contenuti di successo?

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