“Signor Zuckerberg, ho la sua piena attenzione?”
“No”
“Non crede che io la meriti?”
“Come?” (risponde distratto)
“Non crede che io meriti la sua piena attenzione?”
“Ho dovuto giurare prima di questa deposizione, e io non giuro il falso, quindi ho l’obbligo legale di dire no. Lei ha una parte della mia attenzione, il quantitativo minimo”.

Il film in questione è “The Social Network” e la storia è naturalmente quella della controversa nascita di Facebook. Mark Zuckerberg guarda distrattamente fuori dalla finestra, ignorando le parole dell’avvocato. Quando ho visto per la prima volta questa scena non avrei immaginato che un giorno anche io mi sarei reso conto di dover fare i conti con la mia attenzione. E se ho scelto questo video e questo pezzo di film è perché Facebook ha sicuramente recitato un ruolo decisivo. È un tema importante e delicato: c’è chi lo chiama focalizzazione, chi focus mentale (Daniel Goleman ha scritto diversi e interessantissimi libri sul tema), chi capacità di discernimento. Io non ho problemi ad ammettere che ho dovuto correggere alcuni atteggiamenti che mi hanno portato ad avere un deficit di attenzione, a fronte di una quantità di dopamina dovuta principalmente alle notifiche, ai like su Facebook, alle interruzioni. È stato molto bravo un mio superiore a dirmi, un giorno, “Cristiano, sei con noi?” mentre durante una riunione rispondevo ad un messaggio su Facebook. Quello che voglio dire è che questi atteggiamenti, in molti casi, sono diventati naturali, e oggi facciamo fatica a dargli il giusto peso: sono esteticamente (e quindi eticamente) scorretti. Ma non solo.  
In un mondo complesso, iper-dinamico, sovraccarico d’informazioni siamo continuamente assediati da stimoli che distolgono l’attenzione dai compiti su cui siamo concentrati. Per un leader, che deve guidare persone in situazioni di incertezza e prendere decisioni la deconcentrazione può rivelarsi fatale. Infatti quando cala, il rendimento ne risente e lo stress aumenta. Il rischio è che potremmo prendere decisioni sbagliate o sottovalutare l’importanza del silenzio, del lavoro scevro da interruzioni e da distrazioni. Il deficit di attenzione è un sintomo diffuso. Già nel ’77 il Premio Nobel Herbert Simon ne aveva previsto gli effetti e, già allora, sosteneva che la ricchezza d’informazioni avrebbe causato un impoverimento dell’attenzione. Di certo non immaginava a quanta ricchezza di informazioni avremmo avuto accesso. Quel tempo è arrivato e questa scena di “The Social Network” è profetica, anche se nelle intenzioni del regista non c’era, almeno così immagino io, l’intenzione di dipingere una generazione che fa fatica a concentrarsi.  
 
Goleman sostiene che l’attenzione è alla base della nostra consapevolezza del mondo e del controllo volontario dei pensieri e delle emozioni. Ma i ragazzi di oggi, che diventeranno la classe dirigente di domani, passano più tempo sui propri iPhone, a controllare i messaggi ricevuti o chi ha aggiornato la propria pagina Facebook, piuttosto che a dialogare fra di loro in un diretto faccia a faccia. Conseguenza: crescono in una nuova realtà virtuale, sintonizzati più con le macchine che con le persone, e ciò inciderà sullo sviluppo delle loro intelligenze perché, come sappiamo, i circuiti emotivi e sociali del cervello, si arricchiscono grazie alle interazioni con gli altri. Ma passando più tempo su uno schermo, piuttosto che a relazionarsi di persona con i coetanei, finisce per indebolirsi l’abilità di interazione faccia a faccia. Se saranno loro la classe dirigente di domani, la capacità di coinvolgere e motivare, che è propria della leadership, e presuppone il saper parlare in modo persuasivo, sarà seriamente compromesso.
 
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Anche il lavoro online, i team virtuali o le comunità professionali presentano dei rischi: riducono la capacità di empatia che è alla base dell’intelligenza sociale. Lavorando in rete è più difficile intercettare i messaggi impliciti che arrivano da un gesto o uno sguardo. Ecco perché lo smart working è il futuro, ma solo se sapremo correre ai ripari. La nostra interpretazione poggia sulle parole. Per le future generazioni ciò potrà comportare un deficit nelle competenze di comunicazione empatica, qualità essenziale per un leader. Assodata la responsabilità dei social, conviene fare una riflessione anche sugli strumenti collaborativi, sempre più invasivi, delle aziende: dalle chat (Telegram, WhatsApp, Gruppi Facebook) alle piattaforme di project management, non sempre usate con cognizione di causa. I giovani sono spesso irrequieti, fanno fatica a concentrasi. Ma quando perdiamo la concentrazione, anche il nostro rendimento cala. La capacità di distogliere l’attenzione da una cosa per spostarla su un’altra è una risorsa fondamentale per il nostro benessere, ed è anche ciò che consente di attivare la resilienza di fronte a un evento traumatico. 

Il multitasking altro non è che il rapido passaggio da una attività a un’altra. Quando riceviamo una sollecitazione esterna, ritornare sul compito che stavamo svolgendo richiede diversi minuti. E non è detto riusciamo a ritrovare la stessa concentrazione di prima. Senza troppi giri di parole, siamo deficienti. Dal latino deficere (mancare). Deficienti di attenzione. Deficienti di concentrazione. Deficienti di empatia e di rendimento. Di leadership. Ho ancora la vostra attenzione? O mentre leggevate questo pezzo avete controllato le notifiche, le chat e le mail che vi sono arrivate. Se non siete riusciti a resistere 10 minuti su questo pezzo la cosa è preoccupante: o anche voi dovete lavorare (come farò io nei prossimi mesi) sulla focalizzazione, o io scrivo veramente male. In ogni caso fatemelo sapere.

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

3 Commenti —

  1. Letto tutto d’un fiato! Ma solo perché non ho ricevuto una notifica nei pochi minuti impiegati a farlo. Quello che scrivi è vero e quasi inquietante, ma è sufficiente prenderne coscienza e leggere un libro? In ogni caso da una parte lo sviluppo tecnologico e la società quasi lo impongono, e per quanto mi riguarda è la prima volta che leggo qualcosa in merito.
    Si sta andando quindi verso quella direzione… e se ciò che dice Goleman è vero, se il deficit dell’attenzione rende la massa di persone non più in grado di gestire pensieri ed emozioni, vuol dire che siamo tutti più facilmente controllabili e manipolabili. E probabilmente conviene che sia così!

  2. Ciao Cristiano, un post che fa riflettere. Forse io che non sono più una ragazzina, e mi sembra di aver già vissuto un paio di vite, avendo iniziato a lavorare quando non era così automatico avere il pc sulla scrivania, noto ancora di più quello che hai così ben raccontato nel tuo articolo.
    Ti adotto quindi nella comunità di #adotta1blogger 🙂

  3. Analisi interessante e vera.
    In fondo, i social media sono figli dell’America strabordante di zuccheri e dall’allucinante tasso di diagnosi di ADHD…
    I contenuti, le idee, le riflessioni sfuggono veloci dai singoli cervelli per fluire in modo incontrollato e persino insensato, al grido “più in là più in là più in laaaà” di un invisibile Cappellaio Matto.
    Nel nostro mondo precario, la conoscenza è sempre meno patrimonio e sempre più prodotto da consumare in modo rapido e superficiale; non siamo più custodi del sapere, ma semplici vettori, tappe di passaggio di una rete senza volto.

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