Di coppe non ne abbiamo alzate molte. Ne abbiamo alzate solo due in verità. Una è recente e la ricordo bene. Fu capitan Gillet a sollevarla al cielo di Bari. Quell’urlo, più che un trionfo, era una liberazione. Nove anni di serie B. Nove anni di schiaffi in faccia e umiliazioni. Abbiamo scelto il modo migliore per tornare tra le grandi: stravincere il campionato. D’altronde Antonio Conte non è tipo che si accontenta. Vuole arrivare primo, altro che basta il secondo posto. Quando il capitano alza al cielo quella coppa è facile riconoscere tra i capelli colorati di bianco e rosso le facce sorridenti di  Guberti, Lanzafame, Bianco e De Vezze. Ma non è questa la storia che voglio raccontarvi. La mia storia ha un sapore molto più antico, direi quasi vintage. Sa di patatine al formaggio (quelle da 200 lire) e borghetti. Di panini con la brasciola (o bragiuola) e focaccia. Finale di Mitropa Cup, per una notte il Bari si gioca una coppa europea. E sì perchè all’epoca la Mitropa Cup è un trofeo molto sentito, ambito dalle migliori formazioni delle seconde divisioni di tutta europa. A volte bisogna accontentarsi. In finale arrivano due squadre italiane: il Bari di Salvemini e il Genoa del compianto professor Scoglio. C’è da stabilire chi succederà al Banik Ostrava nell’albo d’oro della coppa. Banik Ostrava è un nome altisonante. Sa di Europa che conta. Nell’immaginario collettivo tutta l’Europa si sta fermando a guardare questa partita. Bari e Genoa si giocano anche l’onore di scrivere il proprio nome nel novero delle magnifiche 4: il Milan ha appena conquistato la coppa dei campioni a Vienna battendo il Benfica, la Samp si è aggiudicata la coppa delle coppe in finale contro l’Anderlecht e la Juve la coppa uefa nella finale tutta italiana contro la Fiorentina. Non vi ingannino tutti questi titoli: lo strapotere televisivo berlusconiano e la voglia di mettersi in mostra per i mondiali hanno portato le squadre italiane a spese folli, ben oltre le loro possibilità. In più mancano all’appello le squadre inglesi che pagano con cinque anni di squalifica da tutte le competizioni i tragici fatti dell’Hysel. Va da sè che gli avversari più quotati si chiamano Steaua, Stella Rossa, Malines, Werder Brema e Real Madrid (molto poco Real in verità).

La quarta sorella verrà fuori dalla finale del Della Vittoria, ultima partita prima dei Mondiali di calcio che si terranno in Italia. Non a caso si gioca a Bari. Matarrese avrebbe voluto giocare questa sfida nel nuovo e avveniristico San Nicola, ma i lavori non sono del tutto ultimati e così si gioca l’ultima partita nel vecchio stadio. Con la curva nord chiusa per i lavori. Il Bari ha eliminato dalla competizione gli ungheresi del Pecsi con un secco 3 a 0 e gli yugoslavi del Radnicky, di misura. La crisi dell’Europa dell’est e la caduta del muro fanno sì che le sfide si giochino tutte in Italia, affinchè tutti possano ammirare la scintillante organizzazione italiana. Un regolamento abbastanza discutibile prevede che le finaliste possano chiedere in prestito ad altre squadre “amiche” dei giocatori per rimpiazzare quelli convocati dalle proprie nazionali per i mondiali. Nel Bari il problema riguarda solo Nestor Lorenzo, difensore rude e assai poco disciplinato che, alla faccia degli esperti di calcio, giocherà una finale dei Mondiali, senza tra l’altro demeritare. La cosa divertente è che il Bari (non tutti sono a conoscenza di questo aneddoto) si fa prestare un difensore dalla più amica delle società: Il Lecce. Il giocatore in questione è Ubaldo Righetti che gioca così, la sua prima e unica partita in maglia biancorossa con tanto di benedizione da parte del direttore sportivo giallorosso Mimmo Cataldo accorso a vedere la partita. La sua prestazione sarà impeccabile, da grande professionista, nonostante qualche fischio (pochi in verità considerando la situazione). Lo stadio non è esaurito, ma il clima di festa si sente. Sciarpe, bandiere, cori. La città sente la partita. E’ la notte del 21 maggio del 1990 e le notti magiche si avvicinano. Non solo.

Per la città si avvicina l’inaugurazione del nuovo stadio, l’alba di un nuovo giorno per un Bari finalmente europeo. Questo è quello che ci raccontano. Quella con il Genoa, la finale della Mitropa Cup, sarà solo un antipasto, un assaggio di quello che vedremo nei prossimi anni nella nuova casa del Bari. Quando entreremo in europa dalla porta principale. Pronti via e il Bari sembra subito sicuro del fatto suo. Una ragnatela di fitti passaggi porta Terracenere a smistare un pallone sulla fascia destra. Perrone, tornato da un lungo infortunio, scatta sul filo del fuorigioco ed entra in area a tutta velocità. Braglia accenna un disperato tentativo di uscita ma Carletto è solo davanti al portiere. Pallonetto dolce dolce e rete dell’1 a 0. Uno scavetto antelitteram di pregevole fattura. Un gol che tutti, in TV, grazie alla diretta di Raitre e al commento di un giovanissimo Jacopo Volpi hanno potuto vedere e ascoltare. Sono passati solo 10 minuti e il Bari ha già vinto la partita. Anche perchè il Genoa non sembra pericoloso se non per qualche affondo di Fontolan e qualche invenzione di Urban che, l’anno prima, con la maglia del Cosenza, si prese la soddisfazione di segnare una tripletta in quello stesso stadio. Anzi è il Bari che mette in mostra i suoi gioielli: Carbone, che finirà al Milan, il giovanissimo Amoruso, lo stesso Perrone. Il pallone del 2 a 0 capita sui piedi di Scarafoni che servito da Gerson, a porta vuota, manda clamorosamente in curva. La difesa del Bari amministra senza eccessivi affanni e si contano una serie di infiniti retropassaggi a Mannini per ingannare il tempo e far passare i minuti. Il Genoa non preme, il Bari non infierisce. L’arbitro Bujic fischia la fine delle ostilità dopo due minuti di recupero. Le bandiere possono continuare a sventolare, il Bari può alzare la sua piccola coppa al cielo i bambini possono andare a scuole illudendosi che anche il Bari è un po’ campione d’Europa. Nelle interviste del dopopartita tutti sembrano dire che questo è solo l’inizio, che il bello deve ancora venire, che ci saranno presto nuovi, veri trionfi da raccontare. A me resta l’immagine del capitano Carletto Perrone che alza quella coppa, di uno stadio festoso e speranzoso e di una notte magica che ho soltanto assaggiato e non ho davvero gustato mai.

ps: molte polemiche si sollevarono sulla scelta di giocare la sfida in gara unica a Bari. Inutile fare giri di parole: la potenza di Matarrese, l’arroganza sua e dei suoi scagnozzi arrivava a scelte come questa che all0ra, a 10 anni, non capivo. Come quella di far disputare la finale di Coppa dei Campioni al San Nicola. “Il Presidente sono io e si gioca dove dico io”. Al mio paese si chiama mafia. Peccato che la sua incompetenza calcistica sia riuscita a non farci vincere nulla lo stesso. Questo lo dico soprattutto per i tifosi delle altre squadre. Le angherie dei Matarrese sono servite solo ad arricchire la famiglia, mai a portare Bari dove merita. Che questo sia ben chiaro a tutti.

Prossima puntata: Bari – Inter, 18 dicembre 1999

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