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77) Bari – Avellino, 15 marzo 2014 – U Bàr iè fort (?)

La partita più bella è quella che deve venire. Ed è per questo che racconterò, per la prima volta, una partita che il Bari deve ancora giocare. In fondo la mia è una rubrica dedicata alle emozioni, mica alla cronaca. E di emozioni vi parlerò, fino alla nausea. Non ci sarò allo stadio, ma è come se fossi già al San Nicola a cantare Bari grande amore. Ad abbracciare il mio vicino di posto guardando, finalmente e anche per merito degli avversari, lo stadio in festa.

Non siamo falliti, siamo più vivi che mai. Semmai sono falliti loro, i padroni del vapore. O meglio, quelli che erano i padroni fino ad una settimana fa. Ma i colori, la maglia, la sciarpa e la bandiera rimangono sempre nostri. I curatori fallimentari stanno facendo i loro conti, ma non ci fanno paura. Quando domani guarderanno i servizi su Bari – Avellino non crederanno ai loro occhi. Si chiederanno come sia stato possibile aver fatto sprofondare così in basso tanto amore.

Poi inizieranno ad immaginare in quanto poco tempo può tirarsi su una città con questo pubblico e questo entusiasmo. Poco. Pochissimo. Gli imprenditori e gli avventori inizieranno a capire cos’è Bari e quale tifoseria si porta dietro. Dipende da noi, ecco perché riempire lo stadio, domani, è un atto d’amore. Che avverrà.

Andremo in svantaggio, lo sento. Perché la nostra difesa andrà in bambola guardando quello che non ha visto mai. I ragazzi capiranno finalmente, dopo una, due, tre stagioni, in quale piazza sono finiti a giocare. Con quale maglia scendono in campo ogni sabato e quali colori difendono. I tifosi canteranno –  Siamo sempre con voi, non vi lasceremo mai – e loro rialzeranno la testa subito. Palla al centro, ricominciamo.

Inizieranno ad attaccare, disperdendo pian piano le energie. Schemi precisi attuati in maniera confusa, perché ogni volta che alzi la testa inizi a pensare Ma dov’era tutta questa gente? Il portiere avversario si gaserà ergendosi ad estremo baluardo, perché mai nella vita aveva combattuto contro trentamila persone che cercano di soffiare per spingere il pallone oltre la linea di porta. Miracoli su miracoli, qualche contropiede sprecato.

Poi, a pochi minuti dalla fine, il tiro delle disperazione. Non importa di chi, ma lo immagino di un centrocampista. Magari con i piedi un po’ storti, t’rciut come diremmo noi. Una deviazione. Portiere da una parta e pallone dall’altra. Il boato del San Nicola, per un pareggio insperato. Quell’abbraccio incredibile, di quelli che nemmeno nella finale di Coppa dei Campioni. Perché esultare tanto per un pareggio? Perché il cuore, fanculo, vale più della classifica. Perché puoi fallire, puoi perdere, puoi retrocedere, ma non puoi privarti mai della gioia più grande del calcio: innamorarti.

Forza Galletto, il risultato non conta domani. Conta il tuo ardore. 

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76) Roma – Bari, 22 novembre 2009 – U Bàr iè fort (?)

Non ricordo esattamente perché andammo a Roma, il 22 novembre del 2009. Però andammo, in tanti, tantissimi. Successe così, per caso, come succedono tutte le cose più belle. Ci muovemmo in 12.000, o forse più. Non c’era una coppa in palio, né un titolo da conquistare (e quando mai), non era una partita decisiva per la salvezza, e nemmeno per l’Europa. Quell’Europa che avrebbe dovuto vederci entrare dalla porta principale, secondo il presidente.

La Capitale come destinazione. D’altronde tutte le strade portano a Roma. Quelle di chi vive a Bari. Quelle di chi lavora proprio all’ombra del Cupolone, o di chi può prendere un treno e arrivare da Milano, Torino, Napoli, Bologna. Noi baresi viviamo dappertutto. Portiamo focacce e tielle di patate, riso e cozze in giro per l’Italia. Conserve di melanzane sott’olio e Peroni Gran Riserva. Figurarsi se ci fa paura qualche ora di treno.

Il Bari gioca bene, divinamente. È la squadra della libidine, quella che corre finché ce n’è, aggredisce gli spazi e allarga il gioco coinvolgendo anche il portiere, Gillet, nello sviluppo dell’azione. Il Bari diverte e da queste parti, credetemi, il divertimento è cosa rara. Abituati a pane e catenaccio, Materazzi e Fascetti, ad uno sgangherato carnevale di stagioni, assistiamo finalmente allo show di una squadra che impone il proprio gioco ovunque. A San Siro, al San Paolo, all’Olimpico.

Adoro le trasferte in treno. Ricordo ancora la prima da Bari a Lucca. Da Jesi, dove vivo, ci vogliono meno di tre ore. Incontro ragazzi di Filottrano, Ancona, Pesaro, Spoleto. Tutti con una sciarpa al collo. Sono di Bari anche loro. Ma che ci fai tu a Spoleto? E tu, piuttosto? Ma dov’è Jesi? A Roma ci accoglie una giornata di sole, un vento favorevole e tanta passione. Si scherza, si mangia, si canta a squarciagola. Il bello del calcio. Nessuno odia nessuno, si fa festa punto e basta. C’è chi ritrova un vecchio amico, chi un compagno di classe che si è sposato e vive a Pescara, chi il bello della scuola che oggi non ha più i capelli e fa l’ingegnere a Torino.

Si ritorna a parlare in dialetto perché sì, quella curva, per un paio d’ore, diventa casa nostra. Ventura osserva i suoi nel riscaldamento. Ringrazia i tifosi con il braccio destro ma si porta la mano sinistra sotto il mento, come a voler pensare. Scuote leggermente la testa, i ragazzi non sembrano concentrati. Lui che li vuole sempre sul pezzo, famelici. Iniziamo a cantare. Gireremo lo stivale per cantare Bari Alè. Mi giro, mi guardo intorno, chi altro ci sarà da queste parti? Intravedo facce note, vorrei abbracciare tutti, anche quello che mi aveva fottuto la ragazza,10 anni prima.

La partita scorre, ma lo spettacolo è tutto in curva nord. Bandiere, sciarpate, pacche sulla spalle. La sensazione di stare a casa nonostante la distanza. Anche se domani si andrà a lavorare e mi sforzerò di parlare con la cadenza giusta, senza vocali aperte. E so già che non ci riuscirò. Mi innamoro di quell’accostamento di colori, il bianco e il rosso, una volta di più. Totti ci fa tre gol in mezz’ora, Ventura scuote la testa e ci guarda, sì guarda proprio noi in curva, ma nessuno si sogna di smettere di cantare. Il Mister allarga le braccia, come a dire “Se non gliene frega niente nemmeno a questi, io che sono venuto a fare qui“. La libidine, per un giorno, è sugli spalti. Resterà nel cuore l’eco di quei cori. Di una giornata troppo bella per potersi ricordare di una sconfitta.

Se ti piace questa storia, dai un’occhiata al mio ultimo lavoro: il racconto breve “Ma tutto questo Alice non lo sa“. Costa solo 0,99 (il prezzo di un caffè) e lo trovi nei migliori store di ebook. Se invece preferisci i romanzi ti consiglio Domani No! In formato cartaceo o ebook

Foto da lamiaroma.it: nel derby di qualche domenica dopo i tifosi della Roma dedicarono ai sostenitori laziali questo striscione ironizzando sul fatto che i baresi, nella partita precedente, sembravano (forse erano) molti di più. 

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75) Bari – Foggia, 29 marzo 1992 – U Bàr iè fort (?)

La parola tragedia non è adatta al calcio. Spesso usata a sproposito, ha finito per far passare gli sportivi per una categoria di insensibili. Ai problemi veri, intendo. Tragedia è un terremoto, tragedia è un disastro aereo, tragedia è un alluvione come quello odierno di Olbia. Pesare bene le parole è un dovere dei giornalisti e ormai anche dei blogger. Anche la parola dramma non mi fa impazzire. Nemmeno nella sua eccezione di dramma sportivo. Quello che vado a raccontare è un piccolo melodramma, come da definizione di Wikipedia, scopertamente mirato a commuovere lo spettatore.

Di melodrammi, il calcio, ne ha visti diversi. Me ne vengono in mente quattro su tutti, ma l’elenco potrebbe durare all’infinito e coinvolgere moltissimi sportivi. Certo nessuno può dimenticare quello del Maracanà del 1950. Al Brasile bastava un pareggio per vincere il primo Mondiale e invece Ghiggia e Schiaffino portarono il titolo in Uruguay ribaltando una partita già scritta. Nel 1999 il Bayern Monaco aveva già le mani sulla Coppa dei Campioni quando Collina ordinò 3 minuti di recuperò. Il Manchester United riuscì non solo a pareggiare ma addirittura a vincere quella Coppa. E che dire delle lacrime di Ronaldo il 5 maggio 2002 (scudetto volato all’ultima giornata) o della rimonta del Liverpool contro il Milan nella finale del 25 maggio 2005? Da 3 a 0 a 3 a 3 passando per gol annullati, traverse e miracoli di Dudek.

[tweetable]Capirete che con questi presupposti quello che mi accingo a raccontare è solo un piccolo melodramma di provincia.[/tweetable] Ma la storia del calcio è pieno di queste fiction dimenticate, introvabili su Youtube, che solo una buona memoria e tanta passione possono preservare. Il 29 marzo del 1992 mio padre mi svegliò presto. Come ogni domenica mi portò a giocare a pallone al Club Paradiso. Trascinavo il borsone snobbando quella partita tra bianchi e verdi. Nel pomeriggio c’era il derby, quello che avrebbe consentito al mio Bari di rimettersi in carreggiata per la salvezza. Storie di serie A, di un campionato partito con una serata di gala al San Nicola, quando in una calda notte di luglio venne presentato, davanti a 30.000 persone, il nuovo capitano: David Platt. Per intenderci, e con le dovute proporzioni, come se oggi una squadra di seconda fascia comprasse Rooney o uno dei giocatori più talentuosi della nazionale inglese. Fate voi.

Prima qualche pareggio stentato, poi una serie di sconfitte e l’esonero di Salvemini fecero luce sulle reali potenzialità di quel Bari. Carrera e Maiellaro erano stati sostituiti male, Joao Paulo si era rotto e Platt predicava nel deserto. Eppure, grazie ad un discreto girone di ritorno Zibì Boniek aveva rimesso il Bari in carreggiata. E quale migliore occasione del derby per venire definitivamente fuori dalla zona retrocessione? Tra l’altro, il Foggia allenato da Zeman, era in crisi. Dopo aver stupito l’Italia con zona, pressing e velocità, iniziava a pagare il dazio dell’inesperienza di alcuni suoi interpreti. Insomma, tutto lasciava pensare che per noi sarebbe stata un grande giornata. Mi diedero una bandiera rossa appena arrivato allo stadio. A mio padre ne diedero una bianca. La coreografia fu una delle più belle che io, a memoria, ricordi. Trentamila bandierine e uno stemma degli Ultras al centro. La trovate in diversi locali: bar, sale da barba, ristoranti. Tutti a ribadire l’orgoglio di quella curva. In pochi ricordano, però, che dopo quella coreografia, così ben immortalata dagli obiettivi di allora, ebbe inizio il vero spettacolo. E quello spettacolo lo diedero gli avversari.

I giocatori di Zeman correvano come ossessi. Sembrava una partita squilibrata. Si giocava in 11 contro 22. Loro correvano il doppio. Il pubblico fischiava, non capiva, constatava che, dopo 10 minuti, il Foggia era già passato in vantaggio con un gol in scivolata di Baiano e che i giocatori del Bari erano già finiti sette volte in fuorigioco. Il Bari non c’era. Al 33′ Shalimov, con un tiro dalla distanza, faceva volare le prime bandierine bianche e rosse nel fossato. Bari 0 – Foggia 2. Mio padre mi guardò per un attimo. Voleva capire il mio grado di sconforto. Feci spallucce, non sorrisi. Ma di certo non ero fiducioso. Mi rispose con un laconico Sono più forti e non aggiunse altro. Non voleva crearmi false illusioni. Capirai, adesso si chiudono, disse il vicino. Macchè questi attaccano ancora, rispose mio padre. Non amava molto gli incompetenti, in qualunque campo, e quello gli era sembrato un commento da incompetente. Oggi sarebbe semplice dire una cosa del genere di Zeman, allora non era scontato: il Foggia continuò ad attaccare, a dominare e qualcuno scelse addirittura di abbandonare lo stadio per recarsi all’Expo Levante.

Sbagliarono, perché a furia di attaccare il Foggia si scoprì. Rigore per il Bari. Mi copro il volto con la sciarpa, tira Platt e batte Mancini. La partita che sembrava persa era incredibilmente riaperta. E mancava mezz’ora. Adesso si chiudono, insiste il vicino. Mio padre nemmeno gli risponde. Ma non si chiudono. Il Bari, praticamente, non riesce più a superare la metà campo. Loro rischiano, loro creano, loro attaccano. Zeman non fa un piega, guarda i suoi giocare senza paura e si fuma una sigaretta alla faccia nostra, che stiamo retrocedendo in serie B. A 5 minuti dalla fine Kolyvanov, altro sovietico (si chiamavano ancora così, ma era questione di mesi all’europeo parteciperà la CSI), con un diagonale chiude la partita. Bari 1 – Foggia 3. In molti applaudono, i tifosi del Foggia vanno in visibilio, io chiedo a mio padre se ha senso restare. – mi risponde lui – a fine partita dobbiamo applaudire questa squadra. Perché credimi, non ce la dimenticheremo.

Di quella giornata mi resta la mano di mio padre, il suo spirito sportivo, il fatto che oggi non c’è più e mi manca, cazzo se mi manca, vedere una partita con lui. [tweetable]E di quella giornata resta una squadra coraggiosa, un allenatore impassibile e 30.000 bandierine[/tweetable] buttate nel fossato che separa il pubblico dal terreno di gioco. E una foto appesa in tutti i Bar della città. Una bella coreografia e una lezione di calcio che non dimenticherò mai.

ps: non chiedo mai nulla per i miei articoli, sono frutto di passione e grazie alla vostra passione vengono conosciuti da altri. Ma se ti è piaciuto ti chiedo di condividerlo sul tuo social network preferito o di dare un’occhiata al mio romanzo, Domani no.

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74) Inter – Bari, 1 novembre 1998 – U Bàr iè fort (?)

Lui arriva di corsa, trafelato, sul primo binario. Quello dei saluti romantici, degli abbracci disperati. Noi siamo già seduti nel nostro scompartimento, intenti a scartare merendine e a strappare il domopack che avvolge improbabili panini con la frittata. Un viaggio è un viaggio, specie se vai a vedere il Bari a Milano. Claudio corre, con il suo zaino. Fa cenni con la mano. Aspettatemi. Come se fossimo noi a decidere l’orario di partenza di quel treno.

Claudio, per gli amici Pedone. Centrocampista dai piedi buoni e dal cervello fino, molti gol all’attivo nei campionati del Di Cagno Abbrescia. Capitava spesso, durante quegli anni, di chiamare gli amici o i compagni di squadra come i giocatori del Bari. E così quello bravo a tirare le punizioni diventava Mazzarelli. Quello rapido e inconcludente Osmanovsky. Il biondo e bello Knudsen. E così via. Pedone è in ritardo, ma riesce a prendere quel treno.

Ci aspetta una notte di viaggio. Stazioni su stazioni. Espresso notte, e quando ti passa. Un elenco infinito di posti dimenticati dal signore. Stazioni che oggi, forse, non esistono più. Da Bari a Milano per conoscere meglio i tuoi amici e legarti a loro con racconti che non dimenticherai mai. Quelli di Vito, di Fra, di Giovanni. Di Cristiano, che da grande vuole fare lo scrittore e sogna un calcio più romantico. La stazione di Milano è imponente, come sempre. Ci godiamo l’aria frizzante del novembre milanese e le prime pagine di una Gazzetta dello Sport che annuncia la riscossa nerazzurra dopo la sconfitta con La Juve.

Gigi Simoni lascia Ronaldo in panchina, il fenomeno non si è ancora ripreso dall’assurda notte di Parigi, uno dei più grandi misteri del calcio moderno. Cosa successe davvero prima della finale mondiale? Al suo posto gioca Kanu, e affianca l’ex Ventola. Fascetti si affida ai suoi fedelissimi. Alle sgroppate di Zambrotta, al dinamismo di Madsen e ai contropiedi di Osma. Davanti il solo Masinga, vero incubo interista. La curva ospiti è un vero spettacolo. Baresi di Pavia, Modena, Bologna, Milano. Baresi di provincia, con un dialetto e una cadenza diversa, ma sempre baresi.

L’Inter parte forte, ma è un fuoco di paglia. Garzya e Neqrouz mettono la museruola agli attaccanti avversari, Mancini controlla, senza nemmeno dover ricorrere ai miracoli dell’ultima esibizione a San Siro, quando Ronaldo pensò di aver trovato un marziano sulla sua strada. Fascetti intuisce che con la dovuta pazienza si può cogliere qualcosa di più di un pareggio. Siamo in avvio di ripresa e Madsen lascia sul posto Zanetti (sì, succede anche questo). Cross basso verso il centro dell’area, dove Zambrotta anticipa Colonnese e fulmina Pagliuca con un diagonale che gli si infila sotto le gambe. Il boato dello stadio ci fa capire che i baresi non sono solo in curva. Un minuti dopo, Osmanovsky semina West e trova Masinga. Il gol del sudafricano però è annullato per fuorigioco.

Simoni si gioca la carta del fenomeno, ma questa volta i fenomeni indossano la maglia del Bari. Ancora un cross danese (questa è la più bella partita di Knudsen che io ricordi), ancora un anticipo a centro area. Masinga ci mette la sua firma anche stavolta. Pedone mi abbraccia. Io abbraccio Fra e Giovanni. Giacomino si rotola per le scale. Stiamo vincendo 2 a 0 a San Siro. Sono questi i momenti in cui non senti la fatica di una notte di treno. Decidiamo di lasciare lo stadio. Genialata. Ronaldo si guadagna un rigore, e lo trasforma, mentre noi siamo intenti a dimostrare ai poliziotti che non siamo venuti a Milano con gli Ultras e che dobbiamo prendere un treno. Ci fermiano a soffrire con la squadro fino a quando Masinga, ancora da opportunista, mette il piedone destro nell’azione del terzo gol del Bari e chiude la partita. Almeno per noi.

Giusto il tempo di uscire da San Siro e apprendere da un venditore di magliette taroccate che l’Inter ha accorciato ancora con Colonnese. Cazzo, e noi siamo fuori dallo stadio ormai. Come se la nostra assenza privasse Mancini di un difensore in più. Ci fermiamo a soffrire lì con il venditore che, per ragioni opposte, resta incollato alla radiocronaca di Tuttoilcalciominutoperminuto. Avversari rispettosi fino alla sentenza finale. Attenzione: finale da San Siro. Il Bari ha battuto l’Inter per 3 a 2, a te Ameri. Ci abbracciamo, con rispetto verso chi ci ha permesso di ascoltare il concitato finale di partita. Questo Bari fa sognare e chi se ne frega se davanti a noi c’è un’altra notte di treno, panini diventati ormai sassi, e controllori stronzi che ti svegliano nel cuore della notte.

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Ps: essere letto è la più grande soddisfazione per un blogger. Ecco perché mi sbatto a scrivere nonostante esistano forme molto più remunerative di passare il tempo.

Se quello che scrivo è di tuo gradimento potresti iniziare a leggere, gratuitamente, i primi due capitoli del mio romanzo (Domani no) in formato pdf, o scaricare l’estratto omaggio direttamente da Amazon. In 30 secondi potrai leggerlo sul tuo ebook reader. E se vuoi acquistarlo puoi farlo con l’offerta per chi accede da questo blog (4,99 anzichè 7,99).

di Cristiano Carriero

 

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73) Bari – Milan, 5 aprile 1998 – U Bàr iè fort (?)

Ad aprile ci ritroviamo sempre a parlare di salvezza. Quando va bene. Non ricordo un aprile sereno, nella mia storia di tifoso biancorosso, almeno se parliamo di serie A. Però (all’epoca dei fatti) sono poco più che un ragazzo, ho diciannove anni, e in fondo chi se ne frega se il Bari si deve ancora salvare. Se questo pensiero rientra tra le cose che mi tolgono il sonno non ho molto di cui preoccuparmi. Gli esami di maturità al massimo, quelli che racconterò qualche anno più tardi in Domani No, ma tutto sommato vivo alla giornata, e gli esami sono ancora lontani dalla mia stanza, e non solo. Per esempio sono lontani dallo Stadio San Nicola, il 5 aprile del 1998.

Il mio Bari affronta il Milan e deve fare punti per salvarsi. Non importa essere partiti con il piede giusto anche questa volta. Un marzo da brividi ha compromesso tutto, e adesso ci si ritrova a lottare con l’Atalanta, il Vicenza e il Piacenza. Sono rimaste 7 giornate, e il calendario, tra big e scontri diretti non è cortese, anzi. Lo scorgo mentre mi accomodo in tribuna est e “Il Galletto” mi informa che il Bari scenderà in campo con una maglietta celebrativa, diversa dalla solita. Si andrà a Udine, a Piacenza, a Bergamo, si ospiterà il Vicenza e la corazzata Inter. Sì, quella di Ronaldo. La squadra che per gli almanacchi, al netto di rivedibili decisioni arbitrali, perderà lo scudetto proprio per colpa (merito) del Bari.

Poco male, una partita alla volta. Il vento soffia timido, si sta bene anche in maglietta, specie se hai meno di 20 anni e ti pulsa forte il sangue nelle vene. Roba di amori, di passioni, di corse in bicicletta e pomeriggi al sole a non far nulla. Il Bari scende in campo con una maglia anni ’50, come annunciato, e la scritta “Un calcio all’indifferenza” al posto dello sponsor Gio.Bi trasporti. Chissà che fine hanno fatto quelli di Gio.Bi trasporti, se racconteranno ai nipoti di aver sponsorizzato una squadra di serie A. Adesso li cerco su Google. Il Milan gioca in maglia nera. Nera come la stagione della squadra di Capello, partita con i favori del pronostico. Ba e Kluivert i giocatori che avrebbero dovuto fare la differenza. Del primo si ricordano soprattutto i capelli color platino e la smania di somigliare a Denis Rodman, del secondo, personalmente, ricordo soltanto la doppietta al Bari, proprio nella partita di andata. C’ero quel giorno a San Siro. Ricordo il freddo di dicembre e l’odore delle castagne e delle pannocchie (col sale, mi raccomando) prese per strada a Milano. Della partita conservo la noia, fino alla doppietta del misterioso olandese. E la più classica delle frasi “tutti con noi si devono svegliare“.

Fascetti sa che deve vincere. Osa le due punte. Una si chiama Allback ed è arrivato in Italia con la fama del bomber. Deve sostituire l’infortunato Ventola ma di lui si ricorda un palo, un assist (contro il Napoli) e poco altro. Almeno non fa danni. Non inciampa, non rallenta l’azione, non sbaglia gol impossibili. Semplicemente non pervenuto. Ho visto di peggio nella mia vita. Masinga non sembra in palla. Dopo 5 minuti si mangia un gol clamoroso facendosi ipnotizzare da Seba Rossi. Al 14′ della ripresa, ancora solo, cincischia e perde l’attimo per battere a rete. Dagli spalti arriva qualche fischio. Philemon non ha mai rappresentato l’attaccante ideale del tifoso barese. Poco scaltro e molto utile, segna poco ma fa gol pesantissimi. Ne ricordo diversi, quasi tutti decisivi. Alcuni molto belli, come quello con l’Empoli o la girata con la Sampdoria.

Ma il tifoso è severo. Lo vede pesante, macchinoso. Fa fatica a saltare, mi dice il fenomeno seduto accanto a me. Sì, e Zambrotta fa fatica a partire. Manca un quarto d’ora e iniziamo a guardare l’orologio come se si giocasse con la provinciale di turno. Questa partita va sbloccata, non possiamo pareggiarla. Fa niente che l’avversario si chiami Milan, a nessuno quei ragazzi in maglia nera ricordano gli eredi della stirpe divina del berlusconesimo. La difesa poi, con Nielsen, Smoje e Daino, sembra finta. Si soffre però. Donadoni, richiamato in fretta e furia dai Metrostar, costruisce anche un’occasione importante per portare il Milan in vantaggio. Ci pensa Franco Mancini a sbarrare la strada Ganz uscendo come solo lui sa fare. Come un gatto. Potenza e agilità, quanto mi manchi portierone.

Poi accade quello che non si può dimenticare. Quelle scene (minuti, frazioni di secondo) che nel calcio ti rimangono nella mente, magari solo perché alla fine della corsa quel pallone finisce in rete e tu puoi esultare e dire al tuo vicino di posto che no, il calcio non è cosa sua. Abbracciandolo, ovviamente. Zambrotta corre, ma ad un certo punto non si accontenta di correre. Mette il turbo, sulla destra, perché deve lasciare sul posto il suo diretto avversario, che in questo caso è un certo Daino. Zambro va fino in fondo, come nel perfetto manuale dell’assist, e mette in mezzo un fendente alto e calibrato. Morbido, e teso al tempo stesso. Ci provano in tre ad intervenire su quel cross ma nessuno ci arriva. Poi vedi lui. La sua testa lucida e pelata. Il suo passo felpato, nonostante la stazza.

Masinga salta e inclina leggermente la testa verso sinistra. Quel tanto che basta per deviare la traiettoria del cross e la stagione del Bari. Rossi resta immobile, il pallone finisce in rete e lo stadio esplode. Una rete fondamentale per le sorti della stagione. Ve l’avevo detto, vorresti dire. Masinga corre verso la Nord e la maglia celebrativa finisce nel museo della storia. Il Bari vince una partita non indimenticabile, ma i tre punti sono ciò che contano. Phil esulta, il sole scende pian piano ma la giornata prende un’altra piega. Ora si può andare in cortile a farsi crossare il pallone di spugna ed emulare Masinga. E se andrò in porta rimarrò fermo, a guardare il pallone che si infila lì, dove sognare è ancora possibile.

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72) Bari – Lanciano, 13 aprile 2013 – U Bàr iè fort (?)

Cosa c’è di più complicato che emozionarsi in un campionato mediocre? Sette punti di penalizzazione, una rincorsa continua, una scalata senza meta. Tanto ai play off non ci arrivi e se ci arrivi ti mangiano, perché quelli che stanno lassù sono più attrezzati e non vivono alla giornata come noi. Torrente lo sa e costruisce il suo gruppo motivandolo partita dopo partita, annullando subito la penalizzazione. Ma nel calcio i “meno” non te li togli mai dalla testa (e dalla classifica). Fai sempre quei maledetti calcoli, con sette punti in più saremmo al quinto posto, e non ti rendi conto che arriva un momento che quel debito inizia a pesare sulla tua testa.

Arriva tra marzo e aprile quel momento. Il Bari, che fino a quel punto ha vissuto dell’entusiasmo dei giovani, di simpatia, di corse sul lungomare e panini a Pane e Pomodoro, Gangam Style e facce pulite come quelle di Sciaudone, Lamanna e Rossi, si ritrova immischiato nella lotta per non retrocedere. Dopo Reggio Calabria (partita persa per 1 a 0) cominciano le paure. Torrente ha perso la squadra dalle mani, si dice. Ma la Società (o chi per lei) non lo mette in discussione. Si va avanti con lui. E sinceramente, mai mossa fu più azzeccata (devo ancora capire cosa ci fa, oggi, Torrente in Lega Pro).

Il 13 aprile arriva a Bari il Lanciano di Gautieri. Uno che quando correva sulla fascia del San Nicola, a metà degli anni ’90, ricordava il Nino della canzone di De Gregori. Il pallone, stregato, gli rimaneva davvero attaccato al piede. Nonostante sembrasse farraginoso, sgraziato, un po’ curvo sulla schiena. Una volta fece girare la testa a Maldini e Costacurta e mise alle spalle di Rossi il pallone della vittoria contro il Milan. Batteva i rigori (ma a volte li sbagliava) e diceva sempre che se non avesse fatto il calciatore avrebbe fatto il benzinaio. Durante l’era Materazzi fece anche il secondo portiere, sedendo in panchina con il numero 12.

Gautieri allena bene, ha costruito un mezzo miracolo in Abruzzo, dove una presidentessa bella (molto) e ambiziosa ha portato per la prima volta il Lanciano in serie B. Un giorno, si dice, allenerà il Bari, ma quel giorno è lontano, dopo che sei in vantaggio per 3 a 0 nello stadio che è stato il tuo. Accade dopo un primo strano, nel quale il Bari gioca anche piuttosto bene, colpisce un palo, spreca due occasioni incredibili con Caputo e Ghezzal e subisce. Non uno, ma tre gol. Io sono lontano. Molto lontano. A Bologna per la precisione. Mi collego a Twitter di tanto in tanto e leggo che siamo sotto di tre gol, grazie agli aggiornamenti preziosi di Marco Beltrami. Non si può perdere, davvero non si può.

Significherebbe la fine. Provo a pensare positivo, basterebbe un gol per riaprirla, mi collego con Salomone (come se fosse un’emittente, un’entità astratta ma sempre presente nelle nostre vite di tifosi), il tempo di apprendere che Sciaudone fa partire un tiro da fuori area e riapre la gara (per modo di dire). Un tiro preciso e angolato, dice Michele. La sua voce sembra leggermente rinfrancata. E spesso il tono della sua voce ha il potere di farti sentire ancora in corsa. Resto aggrappato a lui, ci credo, ci credo davvero ma più per una sorta di istinto di sopravvivenza. Se perdiamo siamo spacciati. Defendi avanza, mette un pallone al centro sul quale si avventa Caputo. Gol! Due a Tre, li prendiamo.

Devo momentaneamente staccare il cellulare, due minuti, mica tanto. Il tempo dei saluti. Ci vediamo presto. Mi infilo la giacca vado a prendere l’ascensore. Il tempo di dare uno sguardo a Facebook e leggo che il Bari è addirittura passato in vantaggio. Quattro a tre. E fa niente se mi sono perso la radiocronaca. La recupererò a casa. Ho già deciso che farò uno Storify su questa storia. Apprendo che il terzo gol è stato segnato da Defendi. Poi ci pensa Tallo, questo sconosciuto, a portare in vantaggio il Bari. E immagino le urla di Michele Salomone, il suo “non ci credo, non è mai successo prima“. Spengo tutto, non può succedere più nulla, non deve succedere più nulla. Tutto ciò che devo fare e tornare a casa per rivedere i gol, chiudere gli occhi, e immaginare di essere al San Nicola nel momento del boato. Nel momento in cui Tallo rovescia una partita decisiva in un campionato inutile. Ma tant’è. Il calcio è meraviglioso anche per questo. Perché sa regalarti emozioni indelebili fini a se stesse. Anche se non ti stai giocando la serie A. Anche in un campionato che non passerà alla storia.

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71) Bari – Parma, 4 aprile 2009 – U Bàr iè fort (?)

Il calcio mi ha sempre confuso le idee. Forse è per questo che lo odio profondamente, a tal punto da amarlo alla follia. Ho letto Nick Hornby e sono rimasto folgorato da un passaggio del suo “Febbre a 90°” quando dice che “Ci sono quei momenti in cui non sai se la vita è una merda perché l’Arsenal va da schifo o viceversa“. Ecco, ci sono momenti in cui mi vergogno di ammettere che per me è la stessa cosa. Il Bari va bene, vince, diverte, e la mia vita va alla grande. Il Bari perde colpi, arranca, retrocede e io inizio a riconsiderare delle cose, a metterle in discussione insomma. Poi arriva il bello però. Perché dopo una stagione negativa, c’è sempre la possibilità di un riscatto. E dopo una partita, ce n’è sempre un’altra, e anche se tutto sembra perduto, ecco che arriva la possibilità di una svolta.

Devo fare ammenda. Ho pensato in passato che, per il solo fatto di amarmi, una ragazza dovesse condividere una mia passione. Tanto da accompagnarmi, esultare con me, essere persino triste (con me e per me) a causa di una sconfitta. Ma questo non accade nemmeno nei romanzi (oddio, forse nei miei sì). Magari all’inizio c’è quella sorta di solidarietà interessata che ti porta a pensare “Ma sì, che vinca questo Bari, almeno anche lui è più felice“. Ma poi alla lunga quella è solo la tua squadra. E a chi importa se non gioca più come una volta, se perde, se diventa la barzelletta d’Italia per una brutta storia di scommesse ed autogol grotteschi? A chi importa? A lei no di certo. E mica puoi biasimarla, l’amore è una cosa seria, dicono, non una partita di calcio. 

Il 4 aprile del 2009 mi sembrava tutto perfetto. A poche settimane dal trionfo di Sassuolo l’ultimo vero ostacolo verso la serie A è il Parma di Guidolin. Una squadra costruita per ammazzare il campionato, stravincerlo e tornare subito nel massimo campionato. Ma in Emilia non hanno fatto i conti con la grinta di Antonio Conte. Il suo Bari, il mio Bari, gioca meglio, diverte, è frizzante e soprattutto ha fame. Come me. Nove anni di digiuno sono troppi, c’è una voglia immensa di tornare a far parlare di noi, di esultare, di abbracciarci. Prima contro seconda, finalmente rivedremo lo stadio pieno, penso. Non so quanti anni sono passati, ma sono sicuramente troppi. Non ho paura. Niente può andare male, ho la persona che amo a fianco, e muoio dalla voglia di farle vedere uno stadio vero.

Uno stadio che ribolle di passione. Altro che l’eccellenza, altro che la serie B che vedi da altre parti. Qui siamo al San Nicola, benvenuti. Ci sediamo in curva, fa caldo ma è un caldo piacevole, tutto sembra preciso, perfetto. Il calore del sole, la temperatura del vento, il colore del cielo. Un azzurro che dà fiducia. Neanche una nuvola, e lo capisci subito che quella sarà una giornata perfetta. Poi i ragazzi scendono in campo, ancora in tuta, per controllare le condizioni del terreno, e io mi giro a guardare il suo stupore. Ovazione. Calore. Andiamo ragazzi, mettiamoci alle spalle tutta sta merda che abbiamo passato. Qualcuno guarda la curva, qualcuno si fa una foto, Kutuzov strappa un pezzo d’erba e se lo mette nella tasca del marsupio. Poi baci, carezze, chiacchiere, telefonate “Mamma, qui è tutto bellissimo, c’è un sacco di gente, e se non mi senti è perché c’è troppo amore.

Prima della partita parte la sciarpata. Bari grande amore. Forse per la prima volta il San Nicola si unisce davvero intorno a quei ragazzi. Bari unica e sola. Qualcuno lo merita, qualcuno tradirà, ma in quel momento questo dubbio non c’è e un unico grande abbraccio li stringe. Bari nel nostro cuore, non ti lasceremo da sola. Conte rispolvera Lanzafame dopo qualche prova opaca e molta panchina. Dall’altra parte c’è Guberti, si gioca con il solito 4 – 2 – 4 ma Guidolin ha preso le misure. Forse per la prima volta il gioco del Bari non si vede. Quella vecchia volpe di Guidolin ha imbrigliato il giovane e rampante allenatore avversario. Fasce bloccate e tanti saluti. Il Mister prende nota. Imparerà, in futuro, a trovare alternative in situazioni come queste. Ma quel giorno alternative non ce ne sono, c’è solo l’illusione di poterla vincere lo stesso questa partita. Il pubblico, la passione, il calore, come si fa a perdere?

E poi capita, perché in fondo puoi perdere anche se ci metti tutto l’amore del mondo e non è un caso che il gol del Parma porti la firma di Vantaggiato. Lui che già ci aveva punito a Rimini qualche mese prima, quando indossava un’altra maglia e quando nonostante il freddo, il vento che veniva dall’Adriatico, e la pioggia, si saltava e si ballava in una gradinata vecchia e instabile. Quando si iniziava a pensare che forse, ma forse, quello poteva essere l’anno. Vantaggiato scarica tutta la rabbia in rete, corre verso la sua curva, esulta, si toglie un altro sassolino dalla scarpa e lo scaglia contro una tifoseria che mai l’ha capito. Il tempo di un affondo, di una risposta, di un tiro di De Vezze da fuori sventato da Pavarini, e il Parma rimette il naso fuori e con Paloschi, di testa, raddoppia. La gente incomincia a guardarsi attorno e a pensare che in quella giornata così bella non è poi così tutto perfetto. Magari è colpa di quelli che fino alla settimana prima sono stati a casa e adesso “Eccoli i tirapiedi che sono venuti apposta per portare sfortuna alla Bari! L’muert de l’tirapid“.

Il Bari non c’è, si vede, la partita resta sui canali che Guidolin ha stabilito. Pochi rischi, molti contropiedi, e zero spettacolo. Il secondo tempo serve solo ad accrescere le nostre insicurezze. Stanno dietro di noi ma sono molto più forti, pensiamo ad amministrare il vantaggio nelle prossime giornate. Mentre qualcuno inizia a pensare alla serie A che può sfuggire arriva la più bella delle notizie. Al novantesimo. Il Vicenza, su rigore, pareggia a Livorno. La terza in classifica rimane a debita distanza. Io mi giro, guardo ancora la faccia della persona che amo e mi illudo che in fondo sì, è tutto perfetto. La prossima la giochiamo ad Ancona, a pochi kilometri dalla mia nuova casa, e ricominciamo a vincere. Il sole splende, il cielo è ancora terso, e niente può compromettere la mia felicità. Perché il Bari è ancora primo. E io sono innamorato. Così tanto da illudermi che quella serenità e quella gioia venga da una stupida partita, da una meravigliosa cavalcata, da un campionato che non scorderà mai. O forse era davvero così.

Prossima partita: Bari – Lanciano, 13 aprile 2013 

by cristianocarriero cristianocarriero Nessun commento

70) Bari – Inter, 15 giugno 1989 – U Bàr iè fort (?)

Io sono un doppiofedista, purtroppo. Ma non è stata tutta colpa mia se, in una notte di giugno, mio padre mi portò allo stadio con l’inganno. Si festeggia la promozione mi disse, andiamo al Della Vittoria, c’è una festa. Già una festa, solo che era anche la festa di quegli altri. Quelli con la maglia nerazzurra. Avevano appena vinto lo scudetto e dentro di me pensavo fossero la squadra più forte del mondo. Ricordo ancora la formazione: Zenga, Bergomi, Breheme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaus, Serena. Dall’1 all’11, senza sosta, nessuna possibilità di sbagliare, giocavano sempre e solo loro. Mica mi aveva avvertito, mio padre, che quello scudetto dei record, una cavalcata impressionante che portò a 58 punti la squadra di Trapattoni sarebbe stato un caso isolato.

D’altronde lui era milanista, ma non mi aveva mai fatto il lavaggio del cervello. Il Bari prima di tutto, diceva, e quello l’avrei imparato bene. Le cosidette “grandi” erano solo un passatempo televisivo per lui. Lui che amava il mercoledì di coppa e “tifava per tutte le italiane“, una cosa che io non sarei mai riuscito a fare negli anni a seguire. La sua sportività era quasi odiosa. Se l’avversario meritava applaudiva. Se doveva esultare lo faceva restando seduto. Qualche mese prima restai a guardarlo durante Milan – Real Madrid, semifinale di Coppa dei Campioni. La squadra di Sacchi giocò la più bella partita che io ricordi, a memoria. O forse fu la mia mente di bambino a vederla così. Una partita perfetta. Gli brillavano gli occhi e io rimasi estasiato da quel gioco e da quel suo modo di goderselo. Gli olandesi del Milan sapevano come coccolarlo.

Poi arrivava la domenica e quel rito della perfezione, quella macchina perfetta (pressing, fuorigioco e fantasia), lasciava il posto al calcio vero, almeno per noi. Quello fatto di code interminabili, di parcheggi creativi, di panini con la braciola e solo posti in piedi. Siamo a maggio del 1989, io ho 10 anni, e per trovare posto allo stadio devi muoverti almeno un paio di ore prima. Il Bari è forte, ma forte davvero. Lotta con il Genoa per andare in A, ma già da marzo è chiaro che in A ci andranno entrambe. Le altre possono solo inseguire. Ad aprile si gioca un match fondamentale contro la Cremonese, in casa. Finisce 4 a 0 e il Bari lancia il suo segnale, forte e chiaro. Tornerà in A. Accade in una domenica di fine maggio, in casa contro il Cosenza. Il Bari perde 3 a 0 ma viene promosso. Mi perdo nei calcoli, vedo gente che festeggia, mi accodo, ma con cautela. Come si può festeggiare una sconfitta? Siamo in serie A figliolo, rilassati. Il resto è accademia. Le partite contro Messina e Monza servono solo a far festa, e che festa.

Anche la formazione del Bari diventa una filastrocca, una litania: Mannini, Loseto, Carrera, Terracenere, De Trizio, Armenise, Perrone, Di Gennaro, Scarafoni, Maiellaro, Monelli. Mio padre mi tiene per mano, mi racconta aneddoti sui giocatori, ma io so già tutto. Ho studiato a casa, sono mica uno che improvvisa. Il Bari gioca in maglia rossa, l’Inter, campione d’Italia, con “la consueta casacca nerazzurra” come direbbe Pizzul. Mi innamoro. Di quelle due squadre, di quel clima, di quel calcio. In fondo anche quei nerazzurri mi stanno simpatici, e che ci posso fare, abbiate pietà di me, ho solo 10 anni. Della partita ricordo poco. Un gol di Perrone, di testa. Con il pallone che passa sotto la pancia di Astutillo Malgioglio. Il boato dello stadio per il nostro piccolo “bello di notte“, quello che un anno dopo, deciderà anche la finale di Mitropa Cup che, ad oggi, resta l’unico trofeo vinto dalla mia squadra.

Poi il pareggio di Matteoli, un tiro da fuori area, la mia faccia preoccupata. Ma è solo un amichevole, dice mio padre. il risultato non conta, è una festa. E festa fu, per tutta la notte. Tornando a casa lo guardo e gli dico “Ti dispiace se come altra squadra tifo Inter? Mi stanno più simpatici del Milan”. Ci pensò un attimo. Anche i miei fratelli tifavano Milan. Poi rise. Ma ricordati che il Bari viene prima di tutto. Lo presi in parola. Volevo essere sportivo come lui. Lui che tra Milan e Napoli sperava che lo scudetto andasse al San Paolo, perché quella era una squadra del Sud e “c’era tanto bisogno di quel titolo“. Non ce l’avrei mai fatta. Avrei messo il Bari avanti a tutto, sempre e comunque. Ma sarei diventato un doppiofedista, e non mi sarei mai più ripreso. E soprattutto non avrei visto l’Inter vincere uno scudetto per quasi vent’anni. Questa è la mia confessione, siate comprensivi.

ps: forse non lo sai, ma ho scritto anche un romanzo. Se vuoi puoi iniziare a leggere Domani no. Le prime 30 pagine te le regalo. 

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Prossima partita: Bari – Parma, 4 aprile 2009