by cristianocarriero cristianocarriero 2 commenti

Addio TP, ti spiego perché non è stato bello per niente

Se parli come un politico e fai il pubblicitario, probabilmente hai sbagliato mestiere. Se tratti i tuoi soci come numeri e li leghi a te nemmeno fossi una banca, non ti lamentare che poi questi stessi soci scappino via. Ho aspettato cinque anni per dire la mia. Non vorrei passare per presuntuoso, ma ho semplicemente aspettato di potermelo permettere. Mi spiace, ma in questo post non sarò tenero. Prima di tutto con me stesso. Ho fatto l’errore, circa cinque anni fa appunto, di iscrivermi a TP, quella che viene pomposamente descritta come la più longeva associazione del mondo della comunicazione. Sostituite la parola longeva, con la parola vecchia, e avrete un’idea più realistica della faccenda.

TP è vecchia, ed è giusto fallisca. Senza mezzi termini. Non offre alcun vantaggio ai propri soci, non organizza momenti di formazione migliorativi, non crea relazioni e sinergie, non ha la minima idea di cosa siano i social network e, cosa ancora più grave, chiede contributi altissimi a fronte del nulla. Per uscire da TP devi mandare raccomandate in giro per l’Italia. Raccomandate che vengono ignorate e così tu ti ritrovi a pagare un’altro anno di quote. O peggio ancora ti ritrovi alle calcagna una società di recupero crediti. Non che la cosa mi dia fastidio, pagherò perché gli impegni vanno onorati, ma nessuno si sorprenda se la più longeva associazione del mondo della comunicazione muore e il CDA scappa.

Non commenterò le dichiarazioni di Biagio Vanacore, sulla crisi di TP, vi basterà leggere il suo comunicato di settembre su Affari Italiani per farvi un’idea. Mi limiterò a dire, senza fare markette a nessuno, che esistono network veri, gratuiti e open, dove davvero si creano occasioni di business, si sta insieme volentieri e le idee si trasformano in progetti reali e non in aria fritta. Non è un mistero che il sottoscritto faccia parte del network Fiordirisorse, non mi paga nessuno per parlarne ma soprattutto io non pago nessuno per starci. Precisazione banale ma non scontata. Le attività di FdR le trovate su Google, non c’è bisogno che ve le racconti io e si alimentano grazie all’entusiasmo di chi partecipa ai momenti di formazione, ai momenti informali (aperitivi, cene, pizze) al Master (o mUster).

Dove sono questi momenti in TP? Qualcuno me li ha tenuti nascosti? Come pensava “la più longeva associazione del mondo della comunicazione” di convincere i propri soci a restare? In manienra coattiva probabilmente. Ma posso assicurarvi che non funziona. Pagherò i miei arretrati, manderò le mie belle raccomandate di andata e ritorno e li saluterò. Loro nel frattempo si arrovelleranno in Statuti e Comunicati, chiedendo aiuto ad enti e istituzioni e magari pure a qualcuno in Parlamento. Ignorando nel frattempo il parere dei propri soci e il perché la gente lascia. Avrei pagato volentieri 150 euro al mese per migliorarmi nel mio mestiere. Io, Scroodge per un giorno, mi auguro che nessuno li aiuti. Perché il vero driver del cambiamento è il Valore, non lo Statuto. Addio TP, non è stato bello per niente. 

by cristianocarriero cristianocarriero 2 commenti

Coglioni sì, coglioni no, coglioni forse. Questo post è gratis

Creativi, pubblicitari, coglioni. Chiamateli come volete, sempre di professionisti si tratta. Nei film americani sono quelli con le bretelle, il cibo cinese e il bicchierone di Starbucks sempre pronto a rovesciarsi sulla scrivania. E sì, perché i creativi nell’immaginario popolare sono persone distratte, con la testa tra le nuvole, poco organizzate. Tutti sognano di fare i creativi, perché pensano che il mestiere del pubblicitario sia figo, appeal, trendy e altri aggettivi del cazzo che vanno tanto di moda adesso. Poi arrivano loro, i ragazzi di Zero Video e ti raccontano un’altra storia, una storia vera: quella del creativo frustrato, perché non viene pagato. E il creativo si ribella: freelance sì, #CoglioniNo.

Bene, sgombriamo il campo dagli equivoci: lo spot è bellissimo, ben realizzato e soprattutto virale. Come direbbe il mio amico Vujadin Boskov “virale è quando pubblico condivide”, quindi c’è poco da aggiungere. Lo spot, o meglio la serie di video, è intelligente perché apre una discussione, sensibilizza, genera commenti. Suscitando emozioni svariate: empatia, frustrazione, ribellione. Funziona anche il titolo, nonostante la parolaccia sia un po’ abusata da Grillo in poi. Non era forse Vaffanculo il suo headline? Ma alla gente piace e me pure, cazzo. Quindi, per quanto mi riguarda, il mio giudizio (sempre che interessi a qualcuno) verso chi ha realizzato il video è totalmente positivo. Adesso parliamo di chi questo video lo sta condividendo. Io, per ora, non l’ho fatto e vi spiego perché.

Non certo perché non mi piace o perché non sono d’accordo con il messaggio dello spot. Volevo capire e in questi due giorni mi sono preso un po’ di tempo per riflettere. Vero, i Social Network vanno veloci. La tentazione di dire subito la propria è altissima eppure, a volte, credo sia meglio sedersi a ragionare, magari davanti ad un caffè. Proprio nel blog del mio amico Luca Carbonelli, Il Salotto del Caffè, ho trovato alcuni spunti interessanti, non meno di quelli forniti ieri da Osvaldo Danzi che chiede di essere inserito nell’elenco dei Coglioni, pur non essendo un creativo. Infatti, citando Osvaldo, tra le partite IVA aperte dal 2008 ad oggi sono oltre un milione e quasi tutte ditte individuali, cioè di persone. Nel 2012 i giovani sotto i 35 anni hanno aperto 500.000 partite IVA, la cui stragrande maggioranza in settori tutt’altro che creativi.

Io non credo che lavorare gratis sia da coglioni a prescindere. Non amo essere definito un creativo, ma lavoro in questo settore. Ho sempre pagato tutti, collaboratori e amici, e per fortuna chi legge questo post può testimoniarlo (nel web le bugie hanno le gambe corte). Ho pagato le copertine dei miei libri, i book trailer, le landing page, le campagne virali come quella di Luna. Giustamente. Perché il  lavoro va pagato e santificato. Non ho mai promesso visibilità a nessuno anche perché non sono io nessuno per darla. L’unico che lavora praticamente gratis per me, o meglio con me, è Graziano Giacani, amico e compagno di avventure in agenzia. Tra noi il patto è semplice: io aiuto te con i testi, tu aiuti me con la grafica. Ci scambiamo favori, non stiamo a contarli e in ogni caso credo di essere io in debito con lui. Per la precisione.

Detto questo: lavoro gratis con qualcuno, ma non mi sento un coglione. Pur avendo maturato diversa esperienza in questi anni di lavoro (ho 34 anni, e svisceriamoli questi anni) ho accettato di collaborare senza retribuzione su diversi progetti che reputo interessanti. Sottolineo: ho accettato. Il che implica che i patti erano chiari dall’inizio. Non certo in cambio di visibilità ma di esperienza, possibilità di imparare, mettermi in gioco con un’idea che reputa potenzialmente vincente. Oppure posso averlo fatto per amicizia o per scambiare le mie competenze con qualcuno. È tutta esperienza, per me che ho ancora tutto da imparare. È così che ho conosciuto realtà fondamentali per la mia crescita professionale e che mi hanno permesso anche di alzare il mio valore di mercato (non inorridite, siamo professionisti giusto?).

Forse sbaglio, forse no. Magari oggi, con un pizzico di presunzione, posso anche permettermi di dire no a questi progetti e in alcuni casi lo farò. In altri sarò ancora lieto di dare una mano. Non sarò talebano come non dovrebbero esserlo, secondo me, molti dei ragazzi che hanno condiviso il video. Giovani che avrebbero bisogno di fare esperienza, conoscere persone che possano guidarli, non sfruttarli. Io avrei pagato di tasca mia, 10 anni fa, per lavorare con i miei punti di riferimento. Di certo avrei messo a disposizione tutta la mia umiltà per imparare un mestiere. Perché, checché se ne dica, quello del creativo è un mestiere. Come l’idraulico, il panettiere, l’avvocato. Anche loro hanno lavorato gratis per apprendere sul campo. Senza tirarsela più di tanto. Chiedere rispetto è legittimo, condividere un messaggio senza una riflessione sulle proprie esperienze e capacità è un po’ snob, a mio modo di vedere. E non mi riferisco a chi ha realizzato la campagna.

Il mio consiglio è distinguere, saper dire no, ma saper anche dire sì. Tenere conto che in giro c’è gente disposta solo a sfruttarti e che la visibilità è solo un falso mito. Che diventare freelance e aprire una partita iva è un percorso che va studiato e analizzato, non improvvisato. Se un “creativo” ha delle competenze riconosciute, nessuno gli chiederà visibilità in cambio di un lavoro. Ma quelle competenze, a mio modesto parere, vanno costruite anche passando per qualche lavoro gratis. Io l’ho detto e soprattutto l’ho fatto. E sono convinto che l’abbiano fatto anche molti tra quelli che oggi inviano preventivi consoni al loro valore sul mercato. Stay hungry, stay humil. Ah, questo post l’ho scritto gratis e nessuno mi ha promesso visibilità in cambio. 

by cristianocarriero cristianocarriero Nessun commento

Beato chi ti Puglia: il gusto di viaggiare, tornando a casa propria

Un viaggio a casa mia, in Puglia. Dopo aver “assaggiato” la polvere del Messico pensavo che quella esperienza sarebbe stata irripetibile. Ieri, tornando a Jesi, da Bari, ho scoperto che non era vero, affatto. Non c’è bisogno di andare dall’altra parte del mondo per scoprire il piacere di una chiacchierata con uno sconosciuto o per sedersi in un caffè e a leggere un libro, guardando un panorama diverso da quello che si è abituati ad osservare ogni giorno. Stimola la creatività dicono. Di quel viaggio in Messico ho tenuto stretta la sospensione dell’incredulità, il rischio della sorpresa. Non aver paura di fermare un passante e mettermi a chiacchierare con lui. In Puglia è stato semplice. Siamo gente solare, allegra, un po’ chiacchierona. Eppure non mi era mai capitato prima.

Devo ringraziare una persona e un romanzo. Quest’ultimo perché mi ha dato la possibilità di vedere posti come San Giovanni Rotondo, Locorotondo, o rivederne altri come Alberobello, Matera e Taranto. Devo ringraziare tanti volti e dirgli, una volta di più, che sono felice di averli trovati sulla mia strada. Erano solo amicizie virtuali, e adesso sono amici veri: Marco, Mauro, Vincenzo, Tony, Giuseppe, Fabrizio, Giovanni. Domani No mi ha permesso di conoscerli, ed è proprio grazie a queste esperienze che capisci il vero valore di un libro. Che magari non servirà a farti diventare ricco e famoso, ma sicuramente ti darà la possibilità di stringere mani, abbracciare persone, sapere di poter contare su nuovi amici.

Vi risparmio la cronaca di un viaggio che, seppur a casa mia, è stato tutt’altro che banale. Ho scritto, ho letto, ho mangiato e persino cantato. Neanche malissimo, direi. Ho conosciuto uno dei protagonisti principali del mio romanzo. Il poeta di Polignano a Mare che ha decorato la città vecchia con le frasi più belle dei libri. Io ho inserito (con umiltà) questo fermo immagine nel mio, di romanzo. E quando l’altro giorno ho capito che era lui, Guido, l’autore di quelle scritte, non ho potuto fare altro che ringraziarlo. Per aver regalato quello scenario da favola ad un bacio da romanzo, quello tra Ernesto e Blerina. Lui ha ringraziato me commuovendosi.

Buon anno insomma. Continuate a sorprendervi, a leggere, a girare il mondo, anche quando quel posto vi sembra di conoscerlo a memoria. Vi assicuro che non è così, c’è sempre qualcosa da scoprire, una bottega dove entrare, una vecchia signora alla quale chiedere di raccontare una storia. La fretta, le abitudini e purtroppo i social ci hanno fatto perdere questo gusto: quello di raccontarsi e ascoltarsi. Eccola, la lezione più bella di questo Natale: si può viaggiare con curiosità e disincanto, anche tornando a casa propria. 

by cristianocarriero cristianocarriero Nessun commento

Nanitocu: 10 pagine sotto il cuscino. Il primo racconto è online!

Un racconto breve: la domanda che mi fanno (e mi faccio) più spesso è “Chi te la fa fare?“. C’era davvero bisogno di una collana di storie da leggere prima di andare a dormire? Forse no, bastava Masterpiece in effetti. E invece ho pensato che, visti i tempi, quella di un racconto breve da leggere prima di andare a letto potesse essere una buona idea. Per me che scrivo, ma soprattutto per voi che leggete (corrego: noi che leggiamo).

Costa quanto un caffè e va giù come un cicchetto di Tequila. All’inizio vi sembrerà un po’ forte, poi magari ne chiederete un altro. E un altro ancora. Non ho ancora deciso se sarà solo la mia collana. Gli ho dato un nome e un’identità, grazie al lavoro di Graziano Giacani che ha creato per me il logo: Nanitocu, 10 pagine sotto il cuscino. Poi potrebbe diventare la collana di tutti voi. Anzi se avete un racconto breve da pubblicare, fateci un pensiero e fatemi proposte.

Ora, lo so che vi state chiedendo cosa vuol dire Nanitocu, e se vi può consolare se lo sono chiesti anche da Amazon, dove di solito non si chiedono niente, nemmeno come si chiamano. Credo però che sarebbe troppo lungo e complicato da spiegare, e poi ci sono certe cose che non si spiegano, si accettano e basta, con tutto il mistero che si portano dietro. Consideratelo un cuscino da abbracciare, proteggere, amare. Un compagno fedele. Ecco.

 Il primo racconto si chiama Ma tutto questo Alice non lo sa. Forse qualcuno l’ha già letto su questo blog, ma sappiate che è stato rieditato e rivisto. La copertina è stata disegnata da quel genio di Alessandro Bonaccorsi, artigiano visuale e giardiniere dell’immaginario. Lo trovate solo in ebook, in quasi tutti i negozi online, da Amazon a Feltrinelli, passando per Apple. E non venitemi a dire che non avete un Kindle, perché per leggerlo vi basterà un iPad o uno smartphone.

Vi ricordo cosa potete comprare con 0,99 centesimi: un caffè, un cornetto, un giornale (forse), un ovetto Kinder, un pacchetto di Mentos, un Estathé e poco altro. Un racconto mi sembra una buona alternativa.

Grazie a tutti quelli che decideranno di scaricarlo, leggerlo, regalarlo e soprattutto diffonderlo. Nanitocu aspetta solo di essere abbracciato. E Alice pure. Caso mai non dovessimo risentirci Buon Natale!

 

by cristianocarriero cristianocarriero 3 commenti

Se il Blog è casa mia, io vado a trovare gli amici a casa loro

Il blog è casa mia. In casa mia gli ospiti arrivano, si accomodano, si bevono un caffè o una cioccolata calda (visto il clima) e chiacchierano con me. Niente monologhi ma discussioni, gli ultimi post sono lì a dimostrarlo. In ogni caso il tema di oggi è: davvero è giusto mettere il proprio blog davanti a tutto? Parliamoci chiaro, io come molti blogger, o presunti tali (io sono il primo presunto), non vendo un prodotto ma dei servizi. Non è un mistero che mi paghino per scrivere o per condividere con me progetti di comunicazione. E nemmeno che, indirettamente ma neanche tanto, vendo due romanzi e qualche racconto. Chi mi legge sul blog e apprezza lo stile, probabilmente avrà la tentazione di leggere anche il mio romanzo. Probabilmente, non è un assioma matematico. Scopro l’acqua calda ma ogni tanto è bene ricordarle queste cose, anche per trasparenza.

Ma se non scrivessi per passione nessuno si avvicinerebbe ai miei articoli. Questo è un dato di fatto. E per scrivere con passione non posso cercarmi un argomento al giorno e ripetermi all’infinito solo per andare dietro ai trend topic, alla Seo, ai cazzi vari. Almeno non qui. Altrimenti questo diventerebbe un lavoro e non sarebbe più sincero, trasparente, interessante. Però, siccome come dice Samuele Bersani, nella vita c’è sempre un però, ci sono molte altre possibilità per esprimersi. Devo ringraziare Luca Carbonelli che mi ha dato modo di scrivere per il suo Salotto e soprattutto per Bloglive. Da un mese a questa parte sono il caporedattore della sezione Sport e finalmente posso dire a mia madre che scrivo per un giornale vero (il suo sogno era che io facessi il giornalista), anche se online.

Scriverò meno per il mio blog, di più per altri, ma la sostanza resta. Mille visite o cento, qua dentro, non cambiano la vita. Non bisogna essere gelosi dei propri visitatori. Chi mi legge su Bloglive o su altre piattaforme può entrare ugualmente in contatto con me, conoscere il mio modo di scrivere e cosa mi appassiona. E io posso imparare da persone nuove e posso dire, con orgoglio, di avere tra i miei colleghi editor gente come Valentina Falcinelli, Alessandra Vizzi (non vedo l’ora di godermi il suo primo editing di un articolo di Osvaldo Danzi), Paolo Ribichini e Alessia Di Raimondo. E di confrontarmi con professionisti come Rosanna Perrone e Alessandro Zarcone. In più posso imparare ogni giorno, dai miei 20 ragazzi di sport, le dinamiche di una redazione. Dare loro consigli e soprattutto riceverne perché, questi qua, a meno di 20 anni sanno tutto di WordPress, di Seo, di breaking news e di Social. Sono ragazzi eccezionali, e diventeranno giornalisti moderni. Su due di loro ci metto la firma.

Quanto vale tutto questo rispetto a qualche visita in più dentro casa mia? E vorrà dire che faremo più feste a casa di altri. Io porto il vino e qualche fetta di salame. La morale è questa: [tweetable]non siate auto-referenziali, uscite dai vostri blog. Confrontarsi altrove aiuta a scrivere (e vivere) meglio.[/tweetable] Ah, il mio amico Cristian Brunori mi ha promesso che mi aiuterà a rifare questo blog. A dargli una nuova impostazione grafica, a renderlo più moderno, più fruibile (gli esperti dicono user friendly). Mi sa che è ora. Io, in cambio scriverò qualche pezzo per  la sua nuova creatura che sta nascendo grazie al lavoro di Graziano Giacani. Lì non devo nemmeno portare da mangiare. Lunedì, sul nuovissimo Zuppadiseo, scoprirete perché.

by cristianocarriero cristianocarriero 1 commento

Il regalo nell’epoca della comunicazione tra persone e persone

Tutto nasce da un post su Bloglive. O meglio, facciamo un passo indietro. Tutto nasce da Nino l’Imbianchino, sponsor di serie A per un giorno. Se c’è una cosa che io e Graziano abbiamo un comune è quella di trasformare anche l’argomento più banale, apparentemente irrisorio, in un trattato di antropologia. Sì, anche sul calcio. C’è persino chi ci prende seriamente. Pensavo di aver scritto un post sulla storia degli sponsor, invece ho aperto una questione di stato. Ho scoperto che una maglia di calcio non è semplicemente una maglia. E uno sponsor è molto di più che una scritta. Ogni tifoso lega allo sponsor un giocatore, un’emozione, un momento della propria vita. Io, per esempio, se sento parlare di Sud Leasing mi ricordo immediatamente Joao Paulo e Maiellaro. E se leggo Ariston penso a Platini sdraiato sull’erba a contestare, a modo suo (unico), un gol annullato. Proprio nel giorno in cui la maglia della Juve era senza sponsor.

Ognuno di noi conserva dei ricordi, ed è per questo che a Graziano è venuta l’idea di regalare, a chi ne fa richiesta, una copertina personalizzata con la propria maglia del cuore. Io l’ho avvistato che la cosa mi sembrava una follia – Avrai mille richieste -, ma lui non ha fatto una piega. Vorrà dire che passerò la notte a disegnare copertine, ha detto. E infatti l’ha fatto. Il bello è che, non essendo abituato a monitorare il flusso sui Social, la notte l’ho fatta pure io insieme a lui. Hai risposto a Luna? Hai fatto la copertina per Alessandro? E quella che ti ha chiesto Tommaso, con la maglia del 1984? Insomma, un delirio. Piacevole, perché dal cassetto dei ricordi sono spuntati Paolo Belli Zarate con la maglia Latte Tre Valli, Il Foggia con Banco di Pescopagano, il Toro di Sweda e tante altre divise storiche (sì perché Graziano, non pago, chiedeva anche il colore dei pantaloncini e dei calzettoni). Quello che è successo in termini di condivisione sulle bacheche personali di Facebook è stato (e sarà) il risultato di tre fattori: spontaneità, ricordo, passione. Ognuno ha voluto dire la sua, e il numero delle conversazioni sul tema è cresciuto in maniera esponenziale. E sia chiaro che, per una volta, non ce ne frega nulla di report numerici. Graziano voleva fare un regalo e regalo è stato.

Se poi vogliamo aprire un dibattito sull’utilità del fare regali o dare consigli nell’era della comunicazione tra persone e persone (basta chiamarla “epoca dei social”) facciamolo pure. Io credo sia più utile di una telefonata per presentarsi. Più efficace di una brochure e di un company profile, più concreto di un bigliettino da visita stropicciato.

Ma torniamo a noi: adesso vorremmo fare una top 11 e capire quali sono davvero le maglie indimenticabili per i tifosi di calcio appassionati come noi. L’obiettivo è ambizioso: non far dormire Graziano per i prossimi 30 giorni. Io credo che possiamo farcela. E poi possono venir fuori altre belle idee (dateci consigli anche voi, non fate che prendete il regalo e sparite). Nella mia testa c’è quella (folle) di riprodurle, queste maglie, o magari cercarle per metterle all’asta, per beneficenza, su Etwoo. Credo che il mio amico Mario, dopo aver ottenuto la sua bella grafica con la maglia della Salernitana stagione 1998/1999, mi manderà a quel paese. E fa bene. Io intanto vado a vedere quale altra maglia avete richiesto. Ah, se volete la vostra copertina venite a sfogliare l’album pubblicato su Granodesign. Basta chiedere, per questa volta. E vi sarà dato

by cristianocarriero cristianocarriero Nessun commento

Domani No è gratis, compralo con un tweet!

Scarica il tuo ebook in formato epub (lo leggi su iPad, iPhone, Android)

Paghi con un tweet, una condivisione su Facebook o una condivisione sul Linkedin.
Solo da oggi al 7 novembre. Preferisci un formato mobi? Chiedimelo!

 

Nell’estate del 2001 Ernesto Celi, in arte Boavida, raggiunge la vetta della hit paradecon il singolo Ossessione Onirica. Un successo inaspettato e difficile da gestire per un ragazzo timido e poco propenso a vivere sotto i riflettori. La casa discografica gli impone le canzoni, i musicisti e uno stile da ragazzo della porta accanto e da cantante disimpegnato in cui lui non si riconosce affatto. Deve scegliere: accettare tutto questo e vivere di musica, oppure lasciar perdere, tornare a casa e sentirsi rinfacciare le scelte fatte. Un percorso di andata e ritorno. Un romanzo di formazione, distruzione e rinascita. Tra alti e bassi, addii e colpi di scena. Intorno c’è l’Italia fatta di escort e dicialtroni, l’industria musicale che crea fenomeni da baraccone, la macchina trita arte dei produttori e delle case discografiche, la perfidia dei talent show. Una storia che scorre tra la Bari della giovinezza e dei rimpianti, la Bologna dell’università e delle band studentesche, la Milano delle riviste musicali, la Roma delle case discografiche e dei provini e i Balcani, insolito scenario di una tournée sperimentale e ricca di straordinarie sorprese. Tra canzoni, baci rubati e tradimenti, quello che resta sono i legami: l’amicizia con i compagni della band, gli amori mai realizzati e quelli che non ti aspetti, la passione per la propria città. Una città che, come scrive lo stesso Ernesto in un suo pezzo “è troppo pigra per farsi una canzone, ha un migliaio di talenti ma non ha un vero campione”. Un romanzo sulla musica, la vita, l’amore. Un libro che canta quanto sia bello, e possibile, diventare quello che si è davvero.

Paga con un tweet, conviene