Questo non è il solito post sul valore del tempo, ma una riflessione sulla consapevolezza di come questo tempo va gestito oggi, anno domini 2019. Una delle cose che mi spaventa di più è l’affanno. L’affanno crea ansia, crea stress e di conseguenze porta a risultati cattivi. Al tempo stesso credo che disporre di tutto il tempo possibile sia sbagliato e che un po’ di fuoco sotto la sedia bisogna sentirlo. Quello è uno stress positivo.

Più passano gli anni, più ci troviamo a dover prendere delle decisioni, prendere posizione, dire dei no. Ultimamente ad esempio, ho dovuto dire di no a diversi incontri di persona e alcune call (“abbiamo questi slot”, mi fa piacere ma chi mi ha ordinato di riempire tutti gli slot della mia vita? E poi che brutta parola è “slot“?). Sia chiaro, io adoro incontrare gente. È sempre stato così. A volte mi ritaglio del tempo per fare una chiacchiera con uno sconosciuto o con un collega che non vedo da tempo. È fantastico, è stimolante, potessi farlo sempre vivrei di questo. Quello che invece non è più possibile è pensare che per ogni progetto ci si possa incontrare di persona, da subito.

È un po’ antipatico dover dire di no, ma io durante una settimana devo salvaguardare – inteso proprio come “proteggere” – almeno due giorni di produzione creativa e strategica. Intendo dire due giorni in cui sono davanti al computer a progettare, pensare e scrivere. Poi certo, in quei giorni si telefona, si mandano mail, si aprono e chiudono chat in determinati momenti. Restano tre giorni che devono essere comunque produttivi (non si offenderà nessuno se dico che i fine settimana in cui non faccio delle formazioni in aula o scrivo libri li dedico alle mie passioni).

Quanto tempo può essere dedicato a trasferte di lavoro e incontri? E perché se non ci siamo mai visti né sentiti dopo la prima mail dovremmo immediatamente vederci e fissare un appuntamento? Non rischia di essere una perdita di tempo per entrambi? Di qui un’altra riflessione che avevo accennato qualche tempo fa: mai come in questo momento storico il “piacere” di lavorare con qualcuno conta, eccome. Non dico più del denaro, perché nessuno di noi vive in un atollo, ma conta tantissimo. Una persona piacevole ha un vantaggio competitivo enorme, – con alcuni ci sentiamo a pranzo, la sera, nel fine settimana -i vampiri no. I vampiri sono quelli che hanno la capacità di prosciugare l’energia delle persone che incontrano. Se dopo aver passato del tempo con qualcuno vi sentite esausti e svuotati, la persona in questione è un vampiro. Fuggite. E date valore al vostro tempo.

Voi come lo gestite? Mi raccontate la vostra esperienza?

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

3 Commenti —

  1. Ammetto che anche io facevo parte degli yesman ma dopo un po’ ti accorgi che non bisogna aver timore di dire di no.
    Mi è successo, come chiunque credo, che dicessi qualche si di troppo col mio capo.
    Quando capii che era ora di dire basta fu un cambiamento radicale. Anche il rapporto è cambiato aveva maggior considerazione delle mie idee,cercava di venire incontro ai miei bisogni e allo stesso tempo ci ha permesso di lavorare al meglio, capire punti di vista differenti
    e conseguentemente crescere entrambi.
    Preferisco 100 volte avere una persona anche non bravissima ma che sa dire di no ed ha le sue idee, piuttosto che un soldatino perfetto ma senza contenuto.

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