Care e cari social media manager e simili, è ora di aggiornare le vostre slide. Questo che vi offro è uno spunto senza troppe pretese, nemmeno quella di prendersi troppo sul serio, ma che può far riflettere sui concetti di “viralità” e “storytelling“.

Il fatto

Una settimana fa il mio amico (e socio) Marco Napoletano mi invita a cenare a Ceglie Messapica, in Valle d’Itria. Ora, premesso che io non ero mai stato a Ceglie Messapica, e me ne vergogno, sono rimasto colpito da diversi elementi del paese che non starò qui a ripetere, perché questo non è un post su come diventare bravi narratori, ma sui risultati ottenuti da un post su Facebook. Succede che mangiamo di tutto (l’elenco è nel post, non fatemelo ripetere che sennò digerisco dopodomani), beviamo un vino della casa e andando via decido di scattare una foto rivedibile con il mio smartphone. “Rivedibile” è un termine più che onesto, considerata la mia scarsa vena fotografica e la mia distanza qualitativa (e pure quantitativa) dagli instagramer seri.

Il post

Non scrivo un post subito. Metto lo smartphone in tasca. La fretta è nemica dello storytelling. Quello che si può fare di fretta è inserire una didascalia copiata o un aforisma di Oscar Wilde. Al massimo una frase di una canzone di Jovanotti. O un “We are in Puglia” che funziona sempre; ma un po’ per pigrizia, un po’ perché non c’era campo, scelgo di rimandare. Una volta ho guardato un video (o forse era una newsletter, ma comunque interessantissima) di Robin Good, mio maestro e punto di riferimento, che diceva: “Vuoi scrivere qualcosa? Pensaci. Vai a farti un riposino. Fai lavorare il Google che c’è nella tua testa durante il sonno. Poi mettiti a scrivere“. Diceva più o meno così.

Infatti sono andato a dormire e la mattina dopo mi sono svegliato con quel post nella testa. Poi vabbè, i post o li prendi nel momento giusto o se ne vanno. Per fortuna non avevo troppi pensieri ed ho iniziato a scrivere.

Ispirazione o culo?

Entrambi. Certamente. Ma nessuno dei due fa statistica, o ROI, per cui non ne faremo menzione. Piuttosto diremo che c’è un elemento, all’interno del post che è un pilastro dello storytelling. Il dettaglio, attorno al quale ruota tutta la storia. Che poi il dettaglio diventi automaticamente tormentone non è detto. Il dettaglio di questo post è il concetto dei “20 minuti“. Non ci ho pensato molto, non è stato nulla di costruito. Ma guardandolo con il senno di poi devo ammettere che quello è il fattore vincente di una storia scritta con un grande spontaneità e zero pretese.

Venti minuti come il tempo che ci vuole ad arrivare da un qualunque punto della Valle d’Itria alla destinazione che sceglierete. Vi diranno sempre così, poi il tempo si allunga, si sospende, ma è colpa vostra se non trovate una Masseria o una contrada. Ci volevano comunque 20 minuti. Attorno al dettaglio ruota la narrazione. Ci sono descrizioni di pancia e cuore, c’è la comunità che si stringe su un concetto, c’è una posizione chiara: ok We are in Puglia, ma fateci anche perdere.

Inchiostro di Puglia

Qualche anno fa ho scritto un racconto per il bestseller “Inchiostro di Puglia”. Era dedicato a Peschici, il mio posto nel mondo (altro che polemica contro il Gargano) e lo potete leggere qui. Nel frattempo la pagina è cresciuta molto e Michele spesso condivide alcuni miei post in linea con il piano editoriale. Né io, né lui potevamo pensare che questo sulla Valle d’Itria avrebbe potuto coinvolgere mezzo milione di persone. Ecco una schermata dei risultati, gentilmente fornita proprio da Michele.

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Ambassador o Influencer?

Nessuno dei due, ma per qualche giorno mi ha fatto piacere sentirmi dire “grazie, come hai descritto bene la mia terra“. Io so che non è vero, che si poteva descrivere (e soprattutto fotografare) molto meglio. Ma questo è il bello dei post che diventano virali. Sono imperfetti, e devono la loro forza al dettaglio. I famosi 20 minuti con cui il post si apre, si sviluppa e si chiude. Ecco, se dovete prendere una “moneta d’oro” (la frase da ricordare e, siccome sono altruista, da riciclare) da questo post, magari per qualche ora di formazione sullo storytelling, direi di prendere questa: “Il dettaglio deve essere in cima, chiaro, evidente. Poi deve essere sviscerato. Infine deve presentarsi in chiusura come la Z di Zorro. Allora sì, avremo buone possibilità di arrivare a destinazione. Sia essa la pancia o il cuore dell’utente lettore“.

Sono diventato ricco?

Certo che no. E nemmeno famoso. Stranamente non mi hanno chiamato né a fare l’ambassador della Valle d’Itria, né (cosa ben più grave) una casa editrice mi ha commissionato un romanzo. Peggio per loro. La verità è che a parte la “l’assurda convinzione che un mi piace può aiutare” (sì, cito Rovazzi, è pop), esiste un ROI anche per un post come questo. Secondo alcune aziende dovreste assegnare un punteggio di 0,40 euro a ogni like, 1 euro a condivisione, 2 euro a commento. Fate i calcoli. Purtroppo nessuno mi ha bonificato questi 5000 euro, ma resto del parere che, con il senno di poi, ho imparato qualcosa di utile. Certamente non basterà ripetere la ricetta del dettaglio, il successo di un post è dato anche dalla community che si crea intorno ad un post. Per esempio mi ha fatto molto piacere che il gruppo Igers Valle d’Itria, nonostante la mia velatissima frustrazione nei confronti di Instagram (è invidia, giuro che invidia) abbia donato al mio post una foto molto più bella. Alla fine, vince sempre chi collabora. Potevano mandarmi a quel paese, invece hanno reso migliore il mio post.

Igers Valle d'Itria

In questa estate scassata, fatta di dolori e tentativi di risalire dal fondo, mi sembra più che sufficiente, avere tanto da raccontare. Lo storytelling ci salverà, purché continui ad essere sincero, umano e spontaneo. Con qualche trucco del mestiere, quello sì. Altrimenti, come dice Andrea Fontana, altro mio guru, in questa frase meno accademico del solito, “è scrittura creativa del cazzo, Cristiano“.

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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