L’idea è nata in una sera di giugno, in un delirio di adrenalina. Era talmente tanta che io la partita contro il Crotone non l’ho vista. Sono andato ad allenarmi con il Bari in vantaggio per 1 a 0. Per me può finire qui, ho sentenziato. Ho spento il telefono e ho iniziato a correre. Come mai nella vita (io che non corro per un cazzo, mica sono un fottuto runner come Mirko). Uno, due, dieci giri di campo. Sempre più veloce, come se il Crotone stesse rincorrendo me. Se vado più veloce non mi prendono, non ci prendono, ci andiamo noi in semifinale. Poi arriva lei. Lei, che mi ha lasciato un anno fa. C’è sempre una storia d’amore da raccontare, quando si parla di calcio. Lei che si allena con me e che mi dice “Il Bari sta vincendo, ce la facciamo“. Si Lorena, ce la facciamo.

È stato in quel momento che ho capito che nel corso degli anni, permettetemi questo slancio di non modestia, sono stato bravo a raccontare una storia. A Lorena, a Giulia, ad Eleonora, a Gianluca, a Daniele. Loro, con il Bari, non c’entrano nulla. Eppure soffrono con me, chiedono il risultato, tra uno squot e un allungo. E siamo a Jesi, mica a Bari. Alle 19.45 Lorena mi chiede che abbiamo fatto. Se Cani, quel centravanti albanese come lei, ha segnato ancora. Poi Daniele va negli spogliatoi prende il microfono e urla: “Attenzione, interrompo da Crotone: Bari 3 – Crotone 0“. Non gli credo, continuo a correre, sono in trans agonistica. Torno negli spogliatoi e riprendo le mie cose, accendo il cellulare, mille messaggi, è tutto vero, siamo in semifinale. Indosso la maglia del Bari e lego una sciarpa al borsone. Non è professionale per un arbitro, ma tant’è.

Guardo di sbieco un messaggio di Mirko, lo leggerò con calma quando torno a casa. Mirko è barese come me, tifoso, soffre da lontano e può capirmi. Mi propone di non lasciar andare questa storia, di raccontarla. Mi prendo il tempo per pensarci e quattro ore più tardi, a mezzanotte gli rispondo: “Ho una mezza idea, si chiama RaccontiamolA“. È nato lì quel progetto, in quel preciso momento, avevamo già l’idea, chiara, che l’avremmo realizzato. Perché la differenza tra un sogno e un progetto è fissare la data. Usciamo appena finiscono i play off: te la senti? Scrivo a Mirko. Ma mancano 10 giorni? Mi dice lui. Fa niente, ce la facciamo, raccogliamo 25 racconti e due editor, possiamo riuscirci.

E se non andiamo in serie A? Ci chiediamo. Lo pubblichiamo lo stesso, una favola può essere meravigliosa anche se imperfetta, come ha scritto Antonella Rondinone nel suo bel racconto. E così è stato. Il gol di Ristovsky al novantesimo e quel rigore a 5 minuti dalla fine della partita di ritorno non ci hanno fermato. La delusione è stata tanta, ma i ragazzi meritavano lo stesso questa favola. Oggi la trovate in libreria, con un titolo diverso da quello a cui avevo pensato. E tanti contributi imbarazzanti nella loro bellezza. Racconti e favole da tramandare, storie d’amore, come quelle di U Bàr iè fort. Perché se mi sono momentaneamente fermato con questa rubrica, è soprattutto perché mai come in questo momento, non abbiamo bisogno di leggende. Abbiamo solo bisogno di ricordare per sempre la più bella delle stagioni. Quella in cui non si è vinto nulla. Che storia, La Bari.

ps: il nostro sogno non sarebbe stato possibile senza il contributo di Gelsorosso e di Carla Palone, la mia editor entusiasta e disponibile a voler regalare a tutti i tifosi questo libro. Un libro scritto a 50 mani e da 60.000 anime.

 

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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