Ho fatto un sogno. Mi ero inventato una rubrica che si chiama “U Bar ie fort” e avevo deciso di raccontare cento storie della mia squadra del cuore. Del Bari, quella notte, non parlava più nessuno. Nemmeno i tifosi. Era una sera di autunno di qualche anno fa e giocatori sconosciuti vestivano la maglia che rappresentava il mio sogno da piccolo. Ci volevo giocare con quella maglia. Terzino di spinta. Bravo a difendere, coraggioso ad attaccare. Capitano nato, fin dai tempi del cortile. Ma il carattere, la grinta e l’attaccamento non sempre bastano.

I miei piedi non sono buoni e poi mia madre voleva che studiassi, e così quella maglia ho continuato a indossarla solo da tifoso. Ad un certo punto del sogno arriva uno che mi dice “Sì, ma dove le trovi cento partite del Bari da raccontare”? Lo guardo perplesso, ma forse ha ragione. Il mio Bari gioca in uno stadio vuoto, abbandonato da tutto e da tutti, con un presidente che non ha più voglia, non solo di investire, ma nemmeno di spiegare quali sono i suoi obiettivi. Su di noi incombono nubi minacciose: il calcio scommesse, le partite truccate, gli accordi con gli utlras che chiedono ai giocatori di perdere per speculare.

Mi rifugio nel passato. Nei gol di Sandro Tovalieri, il cobra. Nelle rovesciate senza tempo di Igor Protti, nei dribbling ubriacanti di Joao Paulo. Nel tiro da fuori di Daniele De Vezze, nelle parate di Franco Mancini, nei contrasti mai troppo leggeri di Neqrouz, nei tiri di Rodolfo Giorgetti. Io chiudo gli occhi e vediamo dove va. In Paradiso, ecco dove va Dodo. Perché il passato non è un modo per dimenticare il presente, e la nostalgia non è il peggiore dei mali. Volevo solo (nel sogno, dico) non permettere che i più piccoli non si perdessero quello che eravamo stati. Ad un certo punto del sogno incontro Marco. Ha 14 anni.

Mi legge, osserva storie mai viste. Lui, ragazzo, entra ogni domenica in un San Nicola deserto. Che ne sa di un Bari – Castel di Sangro con 55.000 spettatori? Lui, abituato ad arrivare allo stadio 10 minuti prima, non può capire cosa vuol dire alzarsi da tavola due ora prima, con le braciole ancora nel piatto, per correre in Curva Nord. Poi il buio, il fallimento, le aste deserte, i colori biancorossi chiusi in un cassetto. Non succederà più, penso.

E invece all’improvviso un gruppo di ragazzi eccezionali ricomincia a lottare per la città. A vincere, a coinvolgere i tifosi, ad emozionare. Lo stadio torna a riempirsi, i biglietti non si trovano più e si ricomincia a cantare “Riprendiamola questa serie A“. Le vinciamo tutte, come nei sogni più belli. I nuovi eroi si chiamano Sciaudone, Ceppitelli, Fossati, Defendi, Galano, Polenta, Guarna, Sabelli. Arriviamo a giocarcela in una notte di giugno, ad un giorno dall’inizio dei Mondiali. Ma chi se ne frega dei Mondiali? Giochiamo bene, stiamo bene in campo, aspettiamo, rischiamo quando è il momento di rischiare e poi colpiamo, a 10 minuti dalla fine. 

Poi mi sveglio di colpo. Ho deciso che questa rubrica la finisco, anche se per un po’ non ha senso parlare del passato. La favola più bella della nostra umile storia l’hanno raccontata questi ragazzi. Anche se non hanno vinto, non importa. Ci hanno restituito la voglia di amare questi colori e di raccontarlo a tutta l’italia e non solo. Io continuerò a farlo, come nel sogno. Perché ci hanno restituito l’orgoglio e anche tante altre emozioni da tramandare. Andiamoglielo a dire alle 11.30 in aeroporto. E prepariamoci ad una nuova grande storia.

Lasciate dormire il futuro come merita: se lo svegliate prima del tempo, otterrete un presente assonnato.

 Al mio amico Fabio, che abbraccio. 

 

 

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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