Ti sei perso la prima puntata? Non c’è problema, puoi leggerla subito prima di andare avanti!

La sua bellezza era consapevole, e questa cosa mi ha sempre messo in difficoltà. Come l’inglese. Impararlo era nelle liste delle cose da fare al più presto. Sono un patito di liste di cose da fare. Ogni sera prima di andare a letto stilo un piano di cinque cose da fare il giorno dopo. Pare che funzioni. Almeno con me è così.

«Dovresti sforzarti. L’inglese è importante. Piacere Elis» – allungò la mano affusolata verso di me.
«Erasmo» le risposi, attento a non andare troppo veloce con le parole. Per questo ne scelsi solo una: il mio nome. Bastava e avanzava per creare confusione.
«Che nome è Eresmo?» disse sforzandosi. Il suo pur ottimo italiano non poteva certo permetterle di pronunciare il mio nome in maniera corretta.
«Che nome è Elis? » anche io, in fondo, sapevo essere simpatico.
«Do you know Alice in wonderland
«Vuoi dire Alice nel paese delle meraviglie?»
«Esatto, voi italiani dite così, Aliicce» allungò le vocali e raddoppiò la c cercando di italianizzare il più possibile la sua pronuncia.
«E questo sarebbe il tuo Paese delle meraviglie?»
Si guardò attorno. Ancora una volta sarebbe bastata la sua espressione. Con certe ragazze gli aggettivi e i sostantivi possono considerarsi ridondanti. Un movimento delle spalle, gli occhi, una mano che sfiora i capelli e la risposta è lì, a portata di mano.
«Poteva esserlo, ma non ci conosciamo abbastanza per affrontare questo argomento.»
Mi sedetti sulla panca anche io. Era un po’ che volevo farlo ma sono nato e morirò discreto. Allentò la presa sulla borsetta e la spostò dalle ginocchia al posto accanto a lei sulla panca. Si mise a fissarne la chiusura per un attimo. Alzò gli occhi azzurri, di un azzurro intenso come il cielo d’America, e prese a fissare il soffitto. Poi ricominciò a parlare.

«Non mi hai detto del tuo nome»
«Cosa dovrei dirti?»
«Perché ti chiami Er…» stavolta non riuscì a pronunciarlo e si morse la lingua quasi per scusarsi. Mi disse che aveva conosciuto molti italiani ma nessuno con quel nome. Così mi sentii in dovere di darle delle spiegazioni. Certo del fatto che sarebbero state meno poetiche delle sue.
«Mia madre era una grande tifosa di calcio» sapevo che non potevo chiuderla lì.
«Soccer?» Disse con decisione.
«Football» tentai di restituire dignità al mio sport nazionale.
«Noi americani lo chiamiamo Soccer» non voleva sentire ragioni.
«Soccer – accettai – ecco, mia madre era una grande tifosa di quello sport e quando era in cinta di me – facevo attenzione a parlare piano affinché non dovessi ripetere una storia così imbarazzante, anzi adesso che ci penso mi chiedo perché mi fossi imbarcato in certe spiegazioni sul mio nome – il suo calciatore preferito fu investito da un’auto. Si chiamava Erasmo. E io mi sono ritrovato con questo nome.»
«Una storia molto triste»
«Anche lei non tifa più come un tempo. E quella squadra non è stata più la stessa senza quell’Erasmo lì. Per questo sono molto orgoglioso del mio nome.»
«Anche lei è di queste parti – fece una pausa cercando di indicare con lo sguardo la scritta Fabriano sul fondo blu del cartello della stazione – di questa città, si dice così?»

«No, qui ci sono nato io, lei è del Sud» evitai di dirle da quale città venisse. Sicuramente non la conosceva, e poi non era così importante. Io invece volevo capire cosa ci facesse Alice in un paese dell’entroterra marchigiano. Ad aspettare un treno che non arrivava. Diretto chissà dove poi. Le guardai ancora una volta le mani. Portava braccialetti etnici e un anello sul pollice della mano destra. Le davano l’aspetto di una che aveva girato il mondo.
«Qui non arriva nessun treno, ma se vuoi ti accompagno.»
«Sei molto gentile, ma non sai dove devo andare.»
Esistono momenti, nella vita, nei quali puoi permetterti di fermare il tempo. Altro che il bianconiglio, la fretta, gli orologi da taschino. Io per quel sorriso e per quella parlata leggera avrei fatto qualunque cosa. Anche battermi contro il Ciciarampa. Lei prese la borsa, si alzò e senza aggiungere altro si diresse verso l’uscita.
«Vado in California.» disse.

(…continua)

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Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

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