12 febbraio 2003 – 12 febbraio 2013: da Santiago de Compostela all’Europa.

“E l’aereo io l’ho preso e ho fatto bene”. Mi sia concessa la licenza poetica alla canzone in questione. Il mio cantautore preferito mi perdonerà. Fatto sta che il 12 febbraio del 2003 io, per Santiago De Compostela, ci sono partito. Faccio parte di una generazione che l’Erasmus l’ha prima vissuto attraverso i racconti dei ragazzi più grandi e poi sulla propria pelle. Passaparola. Pochi social e molte storie. Reali, vissute, tramandate, a volte ingigantite. Ragazzi e ragazze che partivano, e partono tuttora, per imparare una nuova lingua, fare esami all’estero, conoscere un nuovo modo di studiare e una nuova università, vivere un’altra vita insomma. Almeno per sei mesi.

Sono passati 10 anni, per quanto mi riguarda. E non sono pochi. Sono il tempo giusto per un bilancio, e allora srotoliamoli questi anni, cerchiamo di capire quanto quella esperienza ha influenzato la vita, la professionalità (all’epoca non masticavo questa parola) e il carattere. Nel 1990 guardavo in tv un programma che si chiamava Europa Europa. Ricordo appena che lo conduceva Fabrizio Frizzi e che, se sentivi squillare il telefono fisso tra le 20.30 e le 22.30, dovevi rispondere EuropaEuropa per vincere svariati milioni di lire. Nel corso degli anni si sono susseguite diverse leggende sul tema. Pare che in ogni famiglia ci sia stata almeno una persona che abbia risposto in quella maniera al telefono, dando vita a gag da tramandare ai nipoti.

Erano i primi 90 e i miei genitori si sforzavano di spiegarmi che nel giro di qualche anno avremmo avuto una moneta unica, non ci sarebbero state più dogane e confini e che avremmo parlato una lingua sola. Dicevano voi, non noi, ma comunque quel giorno sembrava molto vicino. Il muro di Berlino era caduto da poco e l’Europa si apprestava a diventare un nuovo modello di integrazione. Poi è successo che i tempi si sono dilatati. Le ragioni sono varie e valide, il processo ha subito un rallentamento e nel frattempo una generazione ha perso la propria occasione. E così adesso a parlare di Stati Uniti d’Europa sono gli stessi che teorizzavano il nuovo Eldorado circa trent’anni fa. Nella seconda metà degli anni ’90 il Progetto Erasmus ha registrato un’importante accelerazione e i ragazzi hanno iniziato a muoversi con più disinvoltura, a mettersi in discussione (perché anche di quello si tratta) e a considerare questa esperienza un passaggio quasi fondamentale per la propria vita. Lungi da me dividere il mondo in categorie, ma chi ha fatto l’Erasmus o un’esperienza simile si riconosce subito, per apertura mentale quanto meno.

Quando sono arrivato a Santiago ero una persona diversa, e non solo perché avevo 10 anni di meno (beatissima gioventù). Pensavo di essere arrivato in Spagna e invece ero arrivato in Galizia. Cercavo di sentirmi europeo in una terra che faceva fatica a sentirsi spagnola. Primo inghippo. Ho iniziato ad ascoltare le ragioni di quei ragazzi che parlavano di indipendentismo, di una lingua tutta loro, di costumi e tradizioni da tramandare e salvaguardare. Gli ho creduto, mi è piaciuto quel loro modo di amare la terra gallega. Ho rivisto le mie posizioni iniziali, ho capito che un processo di globalizzazione non può ignorare la difesa della tradizione. E che ogni Paese fa storia a sé e la Spagna ha vissuto un processo di unificazione profondamente diverso da quello dell’Italia, della Germania e della Russia. Ma questo lo sapete tutti. Resta il fatto che i mesi che passi in Erasmus te li porti addosso per il resto della tua vita.

Come le chiacchierate con Luis, le passeggiate con Tereza, gli esami preparati insieme a Michael. O come il cielo di Santiago de Compostela. Così bello da essere leggero anche nei giorni di pioggia. Una pioggia incessante, che può durare anche settimane. Che problema c’è, dicevano i miei inquilini galleghi. La pioggia si asciuga, basta avere le scarpe adatte, non quelle da fighetti che indossate voi italiani. E io, lo ammetto, ho cambiato anche le scarpe. Ma l’ho fatto solo per stare più comodo e camminare senza paura sotto quel cielo.

Ho parlato due lingue (lo spagnolo e la lingua locale, il gallego) ho dimenticato per un po’ l’inglese (non ce la fai a tenere in testa troppi idiomi insieme), ho pensato e sognato con parole diverse dall’italiano. Ho pianto prima di partire, in quel momento che ti chiedi chi me lo fa fare. E poi ho pianto mentre tornavo, quando pensi che non deve finire così, proprio adesso. Ho passeggiato per le vie di una città antica e meravigliosa. Sono stato felice ogni giorno o quasi e (questa è la cosa più bella) sapevo di esserlo. Come quando sogni e non vuoi svegliarti. Vuoi prolungare quel momento perché sai benissimo che non tornerà. Ho pedalato a testa alta, ho dato indicazioni ai passanti illudendomi in maniera consapevole che quella fosse davvero casa mia. Ho pianto, perché in qualunque esperienza indimenticabile non si può non piangere, ho baciato, ho lasciato e (purtroppo) ho tradito. Ma quello non dipende dall’Erasmus, statene certi. E poi è passato del tempo, siate indulgenti con un ragazzo di 23 anni.

All’epoca non c’era Facebook, ma Messenger iniziava a connettere le persone e permetteva di restare in contatto. O almeno di accarezzare quell’idea. Oggi so di avere amici in tutta Europa. In ogni nazione c’è qualcuno disposto ad ospitarmi. Non è poco, credetemi. Non ragiono da italiano, ma da Europeo. Mi adatto. Non temo un’altra lingua. Abbraccio altre culture e, per quanto possa sembrare banale, anche le altre cucine. Forse gli Stati Uniti d’Europa di cui si parlava all’inizio degli anni ’90 sono ancora lontani. Ma so che in ogni parte di questo continente ci sono ragazzi che fanno parte di una generazione che può guardare il mondo con occhi più aperti e può connettersi, oggi più che mai, per contribuire a propria volta ad educare persone più tolleranti, aperte, disponibili allo scambio non solo di cultura ma anche di idee. Forse sono andato troppo in là con le ambizioni. Ma in fondo anche Erasmo da Rotterdam era un sognatore. E un viaggiatore. E al suo esempio dobbiamo in parte questa splendida invenzione che, a mio parere, ci ha reso persone migliori.

Cristiano, 10 anni dopo.

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Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

2 Commenti —

  1. Erasmus…..ebbene si’ anche per me sono passati quasi 10 anni….è anch’io l’Erasmus lo porto nel cuore perché mi ha insegnato ad essere quella che sono, mi ha aperto a nuovi mondi e nuove culture e lingue, anche io mi sono sentita x 8mesi un po’ danese!.io che amo il caldo ho pianto un sacco di lacrime in quella terra così fredda e non avrei voluto lasciarla…., e la pioggia, oddio la pioggia, e la mia bellissima amica Nina mi diceva, camminando con la sua danesissima testa bionda sotto la pioggia:”Ma è solo acqua, che vuoi che ti faccia”….
    E tu Cristiano oggi mi hai fatto tornare li con loro:Massimo, Tim, Nina, Michela, Gloria, Joanna, Karl, Ulla e il loro cane Otto che ogni sera al mio ritorno dava la sveglia a tutti…e per questo ti ringrazio…

    • Che invidia Laura! Erasmus in Danimarca:) Sono stato in Interrali a Cophenaghen e l’ho trovata meravigliosa. Mi ero anche ripromesso di tornarci con più calma e… adesso so che ho una guida!

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