E poi arriva quella età in cui “andare in trasferta” diventa quasi un obbligo, un modo per dimostrare il proprio attaccamento ai colori, scoprire nuovi posti. Le nostre trasferte sono sempre state differenti. Non amavamo partire con gli ultras. Mica per niente. Non siamo mai stati snob. Solo che avevamo molto tempo da perdere, da buoni universitari, e ci piaceva sfruttarlo. E quindi niente soste in autogrill, niente code alla biglietteria, scontri e perquisizioni. Certo, non siamo mai stati un grande esempio per la tifoseria organizzata, ma in compenso ci siamo divertiti molto e abbiamo viaggiato guardando oltre una semplice partita di calcio. Ci piaceva farlo in treno, di notte, mentre gli altri dormivano. Ci sembrava il modo migliore per conoscerci ancora meglio, chiacchierando nel traffico di quei vagoni che alle volte si riempivano all’inverosimile, quando Frecciarossa era il nome di un Indiano, più che quello di un treno. Andammo a Lucca, a Roma, a Bologna, ma poche città ci davano le stesse soddisfazioni di Milano. Sponda Inter o sponda Milan era uguale. Treno diretto alle ore 22.50 e arrivo alle 7.00 in Stazione Centrale. Tutta la giornata davanti per girare la città e poi, con calma, andare allo stadio.

Rientro in serata, alle 20, con un’altra notte da affrontare. Se ci pensate, una follia. Ma credo di aver stretto i legami più belli della mia vita durante quei viaggi. Nulla è meglio della notte e del paesaggio che scorre, per stringere un legame vero. Altro che social network. Il 31 ottobre del 1998, mentre la città festeggiava una delle prime feste di Halloween della storia (la prima festa portata in Italia da un telefilm, Beverly Hills 90210) salimmo su quel treno per Milano. Sciarpe del Bari al collo e zaini pieni di roba da mangiare, che il viaggio è lungo e i panini sul treno costano un sacco di soldi, diceva la mamma. Formazione al completo: c’è Fra, Giovanni, Vito e Giacomo. All’improvviso vediamo arrivare Claudio. Vengo anche io! Urla. E tu? Gli chiediamo. Vengo con voi, tanto non lo pago il treno. Ho sempre invidiato i figli dei ferrovieri. Quelle sì che erano fortune. Altro che i figli dei professori, dei farmacisti, degli avvocati e dei notai. Datemi la possibilità di prendere tutti i treni del mondo e avrò la felicità, pensavo. Il Corriere dello Sport è quello del giorno prima, ma fa niente. Hai dato la formazione del fantacalcio? No, la faccio adesso, cosa devo fare in 8 ore di treno? Io scrivo. Penso. Ma non lo dico. Giovanni si addormenta, io chiacchiero con Vito dei suoi problemi sentimentali. Sono innamorato, mi dice. Anche io. Qualche mese più tardi gli confesserò che si tratta della stessa persona. Ma adesso c’è il Bari. Un signore chiede di potersi sedere nel nostro scompartimento. Non siamo proprio entusiasti. Lui tira fuori dalla borsa un televisore portatile. Gran Premio? Ci dice. Entra pure!

Entusiasmo. Si vede di merda e Schumacher sbanda, a Suzuka. Potrebbe riportare il titolo mondiale a Maranello dopo ben 19 anni ma commette un grave errore (mette la prima e spegne il motore) che lo costringe a ripartire dall’ultima fila. Poi comincia la sua rimonta furiosa ed al 3º giro è già settimo. Arriva anche a essere terzo ma la sua rincorsa viene fermata dall’esplosione della ruota posteriore destra al 31º giro, che rende Häkkinen ufficialmente il campione del mondo di F1. Ecco, questo è l’unico Gran Premio della storia che io ricordi. E l’ho visto in treno, su un televisorino in bianco e nero e con un segnale che andava e veniva. Milano mi è sempre piaciuta. Un giorno ci vivrò, penso. Conosco a memoria la metropolitana, i percorsi, i posti da vedere. Arriviamo allo stadio un’ora prima. Sul Corriere c’è scritto che Simoni potrebbe risparmiare Ronaldo per la partita di Champions. In attacco giocano Ventola, un ex, e a sorpresa Kanu. Non sembrano imprendibili e Garzya e Neqrouz sono in palla. Qualcuno ha rubato uno striscione ai Boys e dalla curva dell’Inter non sembrano averla presa bene. Il primo tempo è noioso, soprattutto perchè il Bari aspetta mentre l’Inter, che dovrebbe fare la partita, è inesistente. Simoni sbraita, il pubblico sembra aver fretta di chiudere la pratica Bari, e dopo venti minuti di gioco gli spalti di San Siro iniziano già a fischiare la propria squadra incapace di sommergere il Bari sotto una pioggia di gol. Di interessante accade solo che Paulo Sousa, in preda a una crisi di nervi, si fa cacciare per proteste dall’arbitro a metà primo tempo. Fascetti cambia tra volte gli uomini di fascia. Zambrotta a sinistra e Bressan a destra e viceversa. Finchè non decide di inserire Madsen ad inizio secondo tempo. Ora, il danese non è mai stato un fulmine di guerra. Ma quel giorno sembra una scheggia. Primo minuto del secondo tempo: fuga sulla fascia sinistra e cross basso al centro per l’accorrente Zambrotta che insacca. Una rete inaspettata che fa esplodere la nostra curva e il ragazzo di Como che si impone all’attenzione del calcio italiano. L’esultanza è tripla quando hai fatto dieci ore di viaggio per arrivare a San Siro.

Garzya corre ad abbracciare Franco Mancini, bravo sul finire del primo tempo a salvare il risultato. Simoni capisce che la sua panchina è in pericolo. Inserisce Ronaldo e Zamorano, prova a cambiare tutto, ma la difesa del Bari, quel giorno, non soffrirebbe neanche contro Pelè e Maradona dei bei tempi. Il Bari in contropiede è pericoloso, e al 75′ ancora Madsen in fotocopia sfugge al pavido Colonnese e rimette al centro. Stavolta è Masinga, già eroe a San Siro un anno prima, a trafiggere Pagliuca con un preciso piatto destro. Non ci prendono più, penso in pieno stile Pertini. La sciarpe si agitano, qualcuno fa volare il giubbotto, che in fondo anche se è il 1 novembre non è poi così freddo, neanche a Milano. Passano dieci minuti e a ridosso degli ultimi 5 di gioco Vito dice che è meglio avviarsi verso l’uscita per evitare di essere trattenuti insieme agli ultras. La polizia ci fa passare ma l’arbitro no. Rigore per l’Inter. Ronaldo riapre la partita e mancano 4 minuti più un recupero che molto probabilmente sarà lungo. Restiamo al di fuori, si vede e non si vede. Con la coda dell’occhio scorgo Masinga che si invola verso l’area avversaria. Poi sento un altro boato e vedo la gente che esulta. 3 a 1!

Abbiamo segnato di nuovo. Chi? Masinga! Andiamo, adesso è fatta davvero. Il tempo di uscire dallo stadio. C’è un tipo che vende magliette. Ce l’ha con il mondo, con Simoni, con Moratti, con la Juve che gli ha rubato lo scudetto, a suo dire, l’anno prima. Sta ascoltando la radio. “Attenzione, Colonnese! L’Inter accorcia di nuovo le distanza e ci saranno 5 minuti di recupero. 2 a 3, a te Ameri!“. Non vi auguro mai di trovarvi in questa situazione. In trasferta, fuori dallo stadio, a bestemmiare per 5 minuti di recupero e per un amico che, senza un minimo di senso della scaramanzia, ha deciso di uscire prima dallo stadio. Restiamo incollati a quella radio, con il tipo della bancarella che impreca e noi in silenzio, muti, a difendere ciò che non possiamo vedere. Mancini para. “Attenzione, è finita a San Siro, il Bari ha battuto l’Inter“. Esultiamo, ma con rispetto. Ci allontaniamo dal tipo della bancarella e ci abbracciamo. La mattina dopo, arrivato a Bari, compro il Corriere dello Sport. Ricordo ancora il titolo. “Che Bari!” a tutta pagina. E poi quell’editoriale “E sognare non è vietato“. Lo leggo tutto d’un fiato, nonostante gli occhi pesanti e la stanchezza del viaggio. No, sognare non è vietato. Non lo sarà mai per fortuna. Nonostante tutto.

Content & Community manager. Storytelling addicted. Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Un giorno invertirò la tendenza. Domani no.

Un Commento

Rispondi